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	<title>Maggio 2025 Archivi - InFarmaco</title>
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	<description>l’informazione indipendente sul farmaco</description>
	<lastBuildDate>Fri, 15 May 2026 06:37:40 +0000</lastBuildDate>
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	<title>Maggio 2025 Archivi - InFarmaco</title>
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	<item>
		<title>Come ridurre l’uso di benzodiazepine e altri farmaci ipnotici?</title>
		<link>https://infarmaco.it/come-ridurre-luso-di-benzodiazepine-e-altri-farmaci-ipnotici/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Silvia Emendi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 13 May 2026 22:00:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Maggio 2025]]></category>
		<category><![CDATA[Sintetica]]></category>
		<category><![CDATA[Benzodiazepine]]></category>
		<category><![CDATA[deprescrizione]]></category>
		<category><![CDATA[ipnotici]]></category>
		<category><![CDATA[sedativi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Informare i pazienti e renderli parte attiva, insieme a medico e farmacista, in un percorso condiviso di revisione della terapia può favorire la deprescrizione dei farmaci per l’insonnia</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Le benzodiazepine e gli altri farmaci per il sonno, come zolpidem e zopiclone, sono tra i farmaci più prescritti in Italia e in Europa per il trattamento dell’insonnia (ne abbiamo parlato anche nel Minidossier di COSIsiFA “<a href="https://infarmaco.it/wp-content/uploads/2025/07/M6_minidossier_farmaci_insonnia_def.pdf">I farmaci per l’insonnia</a>”). Le linee guida ne raccomandano un utilizzo limitato nel tempo, ma nella pratica clinica il trattamento tende spesso a protrarsi per mesi o anni, soprattutto nelle persone anziane, trasformandosi in un’abitudine difficile da interrompere.<br />
Le conseguenze dell’uso cronico non sono trascurabili: aumento del rischio di cadute e fratture, rallentamento cognitivo, disturbi della memoria e dell’attenzione, fino allo sviluppo di dipendenza fisica e psicologica. Per questo motivo, da tempo, le principali linee guida internazionali invitano a ridurne gradualmente l’impiego e a favorirne la deprescrizione. Tuttavia, interrompere questi farmaci è tutt’altro che semplice, sia per i pazienti sia per i medici. Chi prova a sospenderli può andare incontro a insonnia di rimbalzo, ansia, irritabilità e sintomi di astinenza che scoraggiano il percorso. D’altra parte, molti professionisti sanitari riferiscono dubbi sulle strategie più efficaci e una conoscenza limitata delle alternative non farmacologiche (leggi anche la news “<a href="https://infarmaco.it/si-possono-ridurre-o-sospendere-i-farmaci-per-il-sonno-negli-anziani/">Si possono ridurre o sospendere i farmaci per il sonno negli anziani?</a>”).</p>
<h3>Tanti interventi valutati</h3>
<p>Per chiarire quali interventi siano realmente utili nel favorire la sospensione di benzodiazepine e altri farmaci per l’insonnia, è stata condotta una revisione sistematica che ha analizzato 49 studi clinici controllati, per un totale di oltre 39.000 partecipanti. Gli autori hanno confrontato strategie molto diverse tra loro, tra cui la riduzione graduale della dose del farmaco, l’educazione del paziente, la formazione dei medici, la terapia cognitivo-comportamentale, le interviste motivazionali, la revisione periodica della terapia, gli interventi guidati dal farmacista e la sospensione assistita con altri farmaci.</p>
<h3>Che cosa sembra funzionare meglio</h3>
<p>Nel complesso, la revisione non ha trovato prove convincenti a sostegno di molti degli interventi tradizionalmente proposti, inclusi la semplice riduzione graduale della dose, la formazione dei medici o le combinazioni di approcci psicologici e farmacologici.<br />
Gli interventi che hanno mostrato i risultati più promettenti nel favorire la riduzione dell’uso di questi farmaci sono:</p>
<ul>
<li>l’informazione strutturata al paziente, spiegandogli i rischi legati all’uso cronico</li>
<li>la revisione periodica dell’intera terapia farmacologica da parte del medico</li>
<li>il coinvolgimento attivo del farmacista nel supporto al paziente e nel confronto con il medico.</li>
</ul>
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]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Farmaci antitumorali: le decisioni delle agenzie regolatorie</title>
		<link>https://infarmaco.it/farmaci-antitumorali-le-decisioni-delle-agenzie-regolatorie/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Silvia Emendi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 29 May 2025 22:00:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Maggio 2025]]></category>
		<category><![CDATA[Sintetica]]></category>
		<category><![CDATA[EMA]]></category>
		<category><![CDATA[farmaci antitumorali]]></category>
		<category><![CDATA[FDA]]></category>
		<category><![CDATA[indicazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In un caso su due le indicazioni approvate negli Stati Uniti e in Europa differiscono, con la FDA di manica più larga e l’EMA più cauta</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Stabilire le indicazioni di un farmaco non è sempre semplice e le autorizzazioni all’uso concesse dalle varie agenzie regolatorie differiscono spesso, lasciando il dubbio che possano essere in alcuni casi troppo ampie, mettendo così a rischio la salute del paziente per quanto riguarda gli effetti collaterali, o troppo restrittive, limitando in tal modo l’accesso a farmaci che potrebbero essere efficaci.<br />
Le due più grandi agenzie regolatorie al mondo sono quella statunitense, la FDA (Food and Drug Administration) e quella europea, l’EMA (European Medicines Agency). Di solito l’EMA ha criteri più stringenti, a tutela dei cittadini, mentre l’FDA è più di manica larga, anche sotto le pressioni delle aziende farmaceutiche.</p>
<h3>Il confronto tra FDA ed EMA</h3>
<p>Uno studio condotto da ricercatori italiani si è posto l’obiettivo di valutare le differenti indicazioni per gli stessi farmaci antitumorali approvati oltreoceano e in Europa tra il 2015 e il 2022. Sono stati analizzati 80 farmaci impiegati per la cura dei tumori per i quali le Agenzie regolatorie hanno registrato 162 indicazioni terapeutiche (ciò significa che un farmaco può avere più di un’indicazione, per esempio può essere attivo su due o più tipi di tumore).<br />
Il confronto tra le schede dei prodotti approvate negli Stati Uniti e in Europa ha consentito di trovare una discrepanza nelle indicazioni in oltre la metà dei casi (per la precisione nel 51,9% dei casi). Tali differenze riguardano:</p>
<ul>
<li>il tipo di tumore</li>
<li>le caratteristiche del paziente</li>
<li>il fallimento di altri trattamenti fatti in precedenza</li>
<li>la presenza agli esami di biomarcatori specifici</li>
<li>l’indicazione di usare il farmaco in combinazione ad altre terapie.</li>
</ul>
<p>In generale anche per quanto riguarda i farmaci antitumorali l’FDA si è mostrata meno restrittiva perché nel confronto ha registrato molte più indicazioni rispetto all’EMA.</p>
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]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Trazodone, pressione bassa e rischio di cadute negli anziani</title>
		<link>https://infarmaco.it/trazodone-pressione-bassa-e-rischio-di-cadute-negli-anziani/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Silvia Emendi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 28 May 2025 22:00:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Maggio 2025]]></category>
		<category><![CDATA[Sintetica]]></category>
		<category><![CDATA[anziani]]></category>
		<category><![CDATA[cadute]]></category>
		<category><![CDATA[ipotensione ortostatica]]></category>
		<category><![CDATA[sincope]]></category>
		<category><![CDATA[Trazodone]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’uso di trazodone negli anziani ipertesi è associato a un maggiore rischio di ipotensione ortostatica e conseguenti cadute</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Secondo uno studio italiano, l’uso di trazodone, un farmaco antidepressivo spesso prescritto agli anziani anche per l’ansia e l’insonnia ma <em>off-label</em>, senza cioè che sia registrata l’indicazione per questo uso, può causare un abbassamento eccessivo della pressione quando da sdraiati o da seduti ci si alza in piedi. Questo fenomeno, chiamato ipotensione ortostatica, cioè il calo della pressione legato alla postura eretta, aumenta il rischio di svenimenti e cadute negli anziani, specialmente in chi soffre di ipertensione.<br />
Il trazodone non è nuovo a questo rischio: il farmaco infatti è noto per il suo effetto sulla pressione, ma viene spesso preferito ad altre terapie, come le benzodiazepine, perché è generalmente meglio tollerato.</p>
<h3><strong>Lo studio condotto a Firenze</strong></h3>
<p>Per valutare quanto sia frequente questo effetto collaterale e quali siano le conseguenze, è stato condotto uno studio presso l’Azienda Ospedaliero-Universitaria Careggi di Firenze coinvolgendo 123 persone di 75 anni o più seguite in ambulatorio, 12 delle quali facevano un uso regolare di trazodone.<br />
Dai risultati è emerso che chi prendeva il farmaco aveva, alzandosi in piedi, cali di pressione più marcati e un rischio maggiore di svenimenti e cadute rispetto a chi non lo assumeva.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Curarsi da soli con gli antibiotici non giova a nessuno</title>
		<link>https://infarmaco.it/curarsi-da-soli-con-gli-antibiotici-non-giova-a-nessuno/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Silvia Emendi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 May 2025 22:00:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Maggio 2025]]></category>
		<category><![CDATA[Sintetica]]></category>
		<category><![CDATA[antibiotici]]></category>
		<category><![CDATA[antimicrobico resistenza]]></category>
		<category><![CDATA[autocura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Prima di prendere un antibiotico occorre sempre chiedere il parere del proprio medico: sarà lui a decidere se è il caso di iniziare la terapia, con quale farmaco e con quale dosaggio</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>La cura fai da te con gli antibiotici è spesso praticata, ma sono più i rischi dei benefici per la singola persona, in più in questo modo si aumenta la diffusione di microbi resistenti ai farmaci. Nella maggior parte dei casi, essendo la terapia prescrivibile solo dal medico, si ricorre a scatole di antibiotici rimaste in casa e non finite, prescritte dal medico per qualche infezione precedente.</p>
<h3>Un’abitudine assai diffusa</h3>
<p>Ma quanto è diffusa questa abitudine? Una revisione sistematica degli studi sull’argomento pubblicati nella letteratura scientifica ne ha identificati una settantina che indagavano in varie regioni del mondo quanto fosse frequente l’uso di antibiotici senza chiedere prima un parere del medico.<br />
Sono stati raccolti dati sui comportamenti di oltre 60.000 persone per scoprire che il 43% aveva fatto ricorso almeno una volta a un antibiotico per curare autonomamente i sintomi di una supposta infezione. Oltre al fatto che deve essere un medico a valutare la condizione clinica, a definire se in effetti è in atto un’infezione e a valutare quale può essere, anche attraverso gli esami, il germe in causa, la decisione di prendere un antibiotico senza chiedere al proprio medico o al farmacista rischia nella maggior parte dei casi di essere inappropriata e quindi inutile, se non rischiosa per i possibili effetti avversi o per il fatto che così si ritarda una diagnosi.</p>
<h3>Chi prende antibiotici senza consultare il medico</h3>
<p>L’abitudine di usare antibiotici senza chiedere al medico è risultata più diffusa nei Paesi meno avanzati (55% nell’Africa subsahriana), ma è frequente anche da noi in Europa (34,7% dei partecipanti).<br />
L’analisi dei dati ha consentito di identificare quali fossero le persone più propense al fai da te con gli antibiotici e quali fossero le loro caratteristiche. È così emerso che più spesso si trattava di studenti, tanto che addirittura il 62,1% era ricorso a un antibiotico senza prima chiedere un parere medico; in particolare è più propenso a scegliere questa strada chi pensa di avere una buona conoscenza degli antibiotici, chi ha già usato un dato antibiotico in precedenza con soddisfazione per essere guarito e chi pensa che i sintomi attuali siano dovuti a una malattia lieve che non richiede quindi il parere di un medico.</p>
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]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il magnesio aiuta il rene di chi è in chemioterapia con cisplatino?</title>
		<link>https://infarmaco.it/il-magnesio-aiuta-il-rene-di-chi-e-in-chemioterapia-con-cisplatino/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Nicoletta Scarpa]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 May 2025 22:00:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Maggio 2025]]></category>
		<category><![CDATA[Sintetica]]></category>
		<category><![CDATA[chemioterapia]]></category>
		<category><![CDATA[cisplatino]]></category>
		<category><![CDATA[effetti avversi]]></category>
		<category><![CDATA[Insufficienza renale acuta]]></category>
		<category><![CDATA[magnesio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Attraverso vari meccanismi il magnesio somministrato insieme all’antitumorale potrebbe ridurne gli effetti negativi sulla funzionalità renale.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>La somministrazione di magnesio prima della chemioterapia con cisplatino per la cura di un tumore potrebbe ridurre il rischio di insufficienza renale acuta legato all’assunzione di questo farmaco. È quanto emerge da uno studio osservazionale condotto negli Stati Uniti su oltre 13.000 pazienti affetti da cancro e trattati con il cisplatino.<br />
Dopo circa due settimane dalla somministrazione del chemioterapico, i pazienti che avevano ricevuto il magnesio per via endovenosa avevano meno spesso un’insufficienza renale acuta: circa 3 casi ogni 100 pazienti contro più di 5 casi ogni 100 in quelli che non trattati con il magnesio.<br />
Occorre però sottolineare che si tratta di uno studio osservazionale che ha analizzato i dati retrospettivamente analizzando cioè le cartelle cliniche dei pazienti invece di dividere i nuovi pazienti in due gruppi somministrando agli uni il magnesio e agli altri un placebo per avere un confronto diretto e attendibile.</p>
<h3>Che cos’è il cisplatino</h3>
<p>Il cisplatino è un farmaco chemioterapico in uso da decenni per il trattamento di numerosi tumori, tra cui:<br />
• tumore del testicolo<br />
• tumore dell’ovaio<br />
• tumore del polmone<br />
• tumore della vescica.<br />
Agisce bloccando la sintesi del DNA nelle cellule tumorali e impedendone la moltiplicazione. Può essere somministrato da solo o in associazione con altri farmaci antitumorali.<br />
Uno degli effetti collaterali più frequenti del cisplatino è proprio il rischio di insufficienza renale, che si manifesta con un aumento dei valori della creatinina nel sangue, un indicatore della funzionalità dei reni.</p>
<h3>Qual è l’effetto del magnesio sul rene?</h3>
<p>Il magnesio somministrato prima della chemioterapia potrebbe ridurre il rischio di insufficienza renale in quanto:<br />
• favorisce l’eliminazione del cisplatino nelle urine<br />
• evita l’accumulo del cisplatino nelle cellule dei reni, che possono altrimenti esserne danneggiate<br />
• riduce l’infiammazione e lo stress ossidativo,due meccanismi coinvolti nella tossicità renale.</p>
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]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Magnesio promettente per l’insufficienza renale acuta da cisplatino</title>
		<link>https://infarmaco.it/magnesio-promettente-per-linsufficienza-renale-acuta-da-cisplatino/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Nicoletta Scarpa]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 May 2025 22:00:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Maggio 2025]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[chemioterapia]]></category>
		<category><![CDATA[cisplatino]]></category>
		<category><![CDATA[effetti avversi]]></category>
		<category><![CDATA[Insufficienza renale acuta]]></category>
		<category><![CDATA[magnesio]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://infarmaco.it/?p=3249</guid>

					<description><![CDATA[<p>Attraverso vari meccanismi il magnesio somministrato insieme all’antitumorale potrebbe ridurne gli effetti negativi sulla funzionalità renale.</p>
<p>L'articolo <a href="https://infarmaco.it/magnesio-promettente-per-linsufficienza-renale-acuta-da-cisplatino/">Magnesio promettente per l’insufficienza renale acuta da cisplatino</a> proviene da <a href="https://infarmaco.it">InFarmaco</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>La somministrazione profilattica di magnesio per via endovenosa il giorno della prima infusione di cisplatino può aiutare a ridurre il rischio di insufficienza renale acuta, sulla base di uno studio osservazionale retrospettivo condotto in cinque centri statunitensi.</p>
<h3>Lo studio sugli effetti del magnesio</h3>
<p>Lo studio ha incluso pazienti con tumore di età superiore ai 18 anni che avevano ricevuto una prima dose di cisplatino per via endovenosa tra il 2006 e il 2022. Dalle cartelle cliniche si estraeva il dato se fossero stati trattati o meno con il magnesio e lo si metteva in relazione con il rischio di insufficienza renale acuta.<br />
Su un totale di 13.719 pazienti oncologici trattati con cisplatino, il 28,4% ha ricevuto anche il magnesio per via endovenosa (dose mediana 2 g) il giorno prima della chemioterapia.<br />
L’esito composito primario comprendeva l’insufficienza renale acuta o la morte a 14 giorni dalla prima dose di cisplatino.<br />
L’esito si è verificato nel 2,7% dei pazienti trattati, rispetto al 5,3% nel gruppo non trattato con il minerale, suggerendone una possibile associazione protettiva.</p>
<h3>Quale può essere il meccanismo protettivo del magnesio?</h3>
<p>La carenza di magnesio riduce l’attività di specifici trasportatori renali (MRP4 e MRP6) responsabili dell’eliminazione del cisplatino, favorendone quindi l’accumulo nelle cellule tubulari e aumentandone la tossicità renale. Inoltre promuove uno stato infiammatorio a livello renale, con aumento di interleuchina-6 e specie reattive dell’ossigeno (ROS).<br />
La somministrazione endovenosa del magnesio contrasterebbe questi effetti negativi:<br />
• ripristinando l’espressione dei trasportatori di efflusso<br />
• facilitando l’eliminazione del platino con le urine<br />
• riducendo l’infiammazione e lo stress ossidativo.</p>
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]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Agonisti del recettore GLP-1 in età pediatrica</title>
		<link>https://infarmaco.it/agonisti-del-recettore-glp-1-in-eta-pediatrica/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Nicoletta Scarpa]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 25 May 2025 22:00:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Maggio 2025]]></category>
		<category><![CDATA[Tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[agonisti GLP-1]]></category>
		<category><![CDATA[bambini]]></category>
		<category><![CDATA[diabete di tipo 2]]></category>
		<category><![CDATA[incretine]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://infarmaco.it/?p=3243</guid>

					<description><![CDATA[<p>Le incretine, farmaci agonisti del recettore GLP-1, possono migliorare in età pediatrica il controllo della glicemia nel primo anno di cura, ma l’efficacia diminuisce con il tempo</p>
<p>L'articolo <a href="https://infarmaco.it/agonisti-del-recettore-glp-1-in-eta-pediatrica/">Agonisti del recettore GLP-1 in età pediatrica</a> proviene da <a href="https://infarmaco.it">InFarmaco</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>I farmaci agonisti del recettore GLP-1, le incretine, riducono i livelli di emoglobina glicata (HbA1c) nei bambini e negli adolescenti con diabete di tipo 2, ma i benefici sembrano attenuarsi nel tempo.<br />
Uno studio osservazionale condotto nella pratica clinica statunitense ha valutato l’efficacia delle incretine in 321 pazienti pediatrici con obesità e diabete di tipo 2 (età media 14,5 anni), già in trattamento. Dopo 12 mesi si è osservata una riduzione media dell’HbA1c dell’1,04%±2,3% (p&lt;0,001). Tuttavia, a 24 mesi i livelli di HbA1c tendevano a ritornare verso i valori iniziali, senza una differenza statisticamente significativa rispetto ai valori di partenza (8,3%±2,5% all’inizio rispetto a 7,9%±2,5% a due anni, p=0,24).<br />
Non si esclude tuttavia che alla perdita di efficacia nel tempo abbiano influito alcuni limiti tra i quali la possibile scarsa aderenza dei partecipanti alla terapia.</p>
<h3>Effetto sul peso corporeo degli agonisti del recettore GLP-1</h3>
<p>Un esito secondario valutato, viste le indicazioni delle incretine per l’obesità grave nei ragazzi sopra i 12 anni, è stata la riduzione dell’indice di massa corporea. Lo studio, però, non ha riportato un beneficio significativo in termini di riduzione del peso corporeo. Secondo gli autori questo dato è coerente con quanto è emerso da altri studi che hanno preso in esame questi farmaci nei giovani con diabete (<a href="https://www.nejm.org/doi/10.1056/NEJMoa1903822">N Engl J Med 2019;381:637-46</a>; <a href="https://www.nejm.org/doi/10.1056/NEJMoa2204601">N Engl J Med 2022;387:433-43</a>).</p>
<p>Per quanto riguarda l’uso degli agonisti GLP-1 per il trattamento dell’obesità si rimanda anche alla news <a href="https://infarmaco.it/obesita-nei-bambini-serve-un-farmaco/">Obesità nei bambini: serve un farmaco?</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://infarmaco.it/agonisti-del-recettore-glp-1-in-eta-pediatrica/">Agonisti del recettore GLP-1 in età pediatrica</a> proviene da <a href="https://infarmaco.it">InFarmaco</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Quali farmaci per il diabete nel bambino e nell’adolescente?</title>
		<link>https://infarmaco.it/quali-farmaci-per-il-diabete-nel-bambino-e-nelladolescente/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Nicoletta Scarpa]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 25 May 2025 22:00:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Maggio 2025]]></category>
		<category><![CDATA[Sintetica]]></category>
		<category><![CDATA[agonisti GLP-1]]></category>
		<category><![CDATA[bambini]]></category>
		<category><![CDATA[diabete di tipo 2]]></category>
		<category><![CDATA[incretine]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le incretine, farmaci agonisti del recettore GLP-1, possono migliorare in età pediatrica il controllo della glicemia nel primo anno di cura, ma l’efficacia diminuisce con il tempo</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>I farmaci indicati nel diabete di tipo 2 nel bambino e nell’adolescente non sono molti e spesso vengono impiegate molecole studiate nell’adulto e poi usate <em>off-label</em>, cioè senza che ci sia l’indicazione approvata dalla autorità regolatorie, anche nel bambino.<br />
Il diabete di tipo 2 fino a non molto tempo fa era considerata una malattia dell’età adulta, ma il diffondersi dell’obesità nei bambini e negli adolescenti si associa a un aumento del rischio per questa condizione. Le previsioni indicano che entro il 2050 i casi di diabete di tipo 2 in età pediatrica potrebbero quadruplicarsi. A fronte di questo aumento le alternative terapeutiche per bambini e adolescenti sono limitate all’insulina, che però a sua volta incide sul peso, e alla metformina un antidiabetico orale.</p>
<h3>La famiglia delle incretine</h3>
<p>Tra i farmaci introdotti più recentemente per il diabete nell’adulto ci sono le incretine (semaglutide, liraglutide e dulaglutide), così chiamate perché incrementano la secrezione di insulina da parte del pancreas. Questi farmaci, presi per bocca, agiscono simulando l’azione di un ormone presente nel nostro organismo, chiamato GLP-1, che naturalmente stimola la secrezione di insulina.<br />
In Italia i tre farmaci di questa famiglia hanno indicazioni registrate molto diverse, la liraglutide è indicata sia per il trattamento dell’obesità al di sopra dei 12 anni di età sia per il trattamento del diabete dai 10 anni, la semaglutide è indicata sia per il diabete sia per l’obesità ma solo nell’adulto e la dulaglutide è indicata per il diabete di tipo 2 a partire dai 10 anni di età.</p>
<h3>I risultati di uno studio</h3>
<p>Uno studio osservazionale statunitense ha valutato l’efficacia di questi farmaci in oltre 300 adolescenti con diabete di tipo 2 già in trattamento con altre terapie. I risultati indicano che, dopo un anno, le incretine consentivano un miglior controllo della glicemia, ma dopo due anni l’effetto tendeva a ridursi, probabilmente per la scarsa aderenza alla terapia con il passare del tempo, ovvero un’assunzione irregolare del farmaco rispetto alle indicazioni del medico.</p>
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		<item>
		<title>La resistenza dei batteri Gram positivi</title>
		<link>https://infarmaco.it/la-resistenza-dei-batteri-gram-positivi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Nicoletta Scarpa]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 22 May 2025 22:00:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Maggio 2025]]></category>
		<category><![CDATA[Sintetica]]></category>
		<category><![CDATA[antibiotici]]></category>
		<category><![CDATA[batteri Gram positivi]]></category>
		<category><![CDATA[resistenza]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://infarmaco.it/?p=3223</guid>

					<description><![CDATA[<p>Sono svariati i meccanismi usati dai germi per sfuggire all’azione degli antibiotici, rendendo indispensabile lo sviluppo di nuove molecole efficaci</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Le infezioni da batteri Gram positivi resistenti agli antibiotici sono in crescita. Dei Gram positivi fanno parte molti batteri noti, tra cui gli stafilococchi e gli streptococchi che possono causare malattie anche gravi.<br />
L’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) pochi anni fa ha stilato una lista di germi patogeni suddividendoli in tre categorie sulla base della necessità di sviluppare nuovi antibiotici attivi nei loro confronti perché quelli attuali in molti casi hanno perso la loro efficacia. Alcuni batteri Gram positivi rientrano in questa lista nel gruppo ad alta priorità, in particolare lo <em>Staphylococcus aureus</em> resistente alla meticillina (MRSA).<br />
Solitamente le infezioni da batteri Gram positivi sono più trattabili di quelle da Gram negativi, in alcuni casi però questi batteri mettono in atto una serie di difese che consentono loro di sfuggire all’azione degli antibiotici. In particolare sfruttano quattro diverse modalità per diventare resistenti:</p>
<ul>
<li>l’inattivazione enzimatica</li>
<li>la modificazione del bersaglio</li>
<li>la riduzione dell’ingresso</li>
<li>l’aumentato efflusso.</li>
</ul>
<h3>I meccanismi di resistenza agli antibiotici</h3>
<p>Il primo meccanismo è la produzione da parte del batterio di particolari proteine che hanno un’attività enzimatica, sono le betalattamasi che hanno la capacità di rompere la molecola dell’antibiotico rendendolo così inefficace.<br />
Il secondo meccanismo è più sofisticato e prevede la modifica del bersaglio d’azione dell’antibiotico, la cellula batterica cioè modifica alcune sue caratteristiche molecolari in modo che l’antibiotico non possa nuocerle.<br />
Il terzo meccanismo mira a contrastare l’ingresso dell’antibiotico nella cellula batterica, ciò può avvenire in due modi, o modificando la struttura della parete batterica, rendendo più difficile il passaggio dell’antibiotico, o generando una sorta di pellicola (un <em>biofilm</em>) che ricoprendo i batteri li rende più difficilmente attaccabili dagli antibiotici.<br />
Il quarto meccanismo mira all’effetto opposto, qualora l’antibiotico riesca a entrare il batterio sviluppa un meccanismo di difesa che lo ributta fuori dalla cellula in modo che non possa agire.</p>
<h3>La necessità di nuovi antibiotici</h3>
<p>Lo studio dei meccanismi di difesa dei batteri Gram positivi è fondamentale per lo sviluppo di nuovi antibiotici che abbiano un meccanismo d’azione innovativo o che ovvino comunque ai sistemi di difesa messi in campo dai germi. Sebbene siano attualmente in fase di sviluppo clinico una quarantina di nuovi antibiotici, soltanto una decina sarebbero mirati ai batteri indicati dall’OMS nella lista delle priorità. Inoltre i nuovi antibiotici oltre a essere efficaci dovrebbero anche ridurre la probabilità che i germi sviluppino resistenza nei loro confronti, la sfida quindi non è per nulla facile.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Inibitori di pompa protonica: ancora troppo usati in modo inappropriato</title>
		<link>https://infarmaco.it/inibitori-di-pompa-protonica-ancora-troppo-usati-in-modo-inappropriato/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Silvia Emendi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 May 2025 22:00:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Maggio 2025]]></category>
		<category><![CDATA[Sintetica]]></category>
		<category><![CDATA[appropriatezza]]></category>
		<category><![CDATA[Inibitori di pompa protonica]]></category>
		<category><![CDATA[nota AIFA]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://infarmaco.it/?p=3215</guid>

					<description><![CDATA[<p>L’uso eccessivo e inappropriato degli inibitori di pompa protonica comporta rischi per la salute e costi sanitari elevati, ma una deprescrizione graduale è possibile e sicura</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h3>Un uso eccessivo, il più delle volte ingiustificato</h3>
<p style="text-align: left;">Gli inibitori di pompa protonica sono tra i farmaci più prescritti a livello globale per la loro attività di protezione sullo stomaco, ma la realtà è che il loro utilizzo è molto spesso o inappropriato o prolungato oltre il necessario.<br />
Basti pensare che solo in Italia, stando ai dati più aggiornati del 2023, la spesa complessiva annua per questi farmaci ha superato i 705 milioni di euro.<br />
A preoccupare è l’uso crescente che avviene con l’età: oltre il 60% degli ultraottantacinquenni assume un inibitore di pompa protonica, segno di una tendenza alla cronicizzazione della terapia nelle fasce d’età più avanzate.<br />
Sebbene questo andamento possa essere in parte attribuito alla maggiore incidenza di malattie dello stomaco con l’età, una quota rilevante risulta non giustificata sul piano clinico. Si stima infatti che, a seconda del contesto assistenziale, fino all’85% delle persone trattate con questi farmaci non abbia alcuna reale necessità di prenderli.<br />
Di questo si occupa nel dettaglio il <a href="https://infarmaco.it/wp-content/uploads/2025/05/minidossier_inibitori_di_pompa_protonica_def.pdf">terzo numero</a> dei <em>Minidossier</em> di COSIsiFA che illustra le raccomandazioni per una terapia appropriata e per una riduzione ragionata dell’uso degli inibitori di pompa (deprescrizione).</p>
<h3>I rischi da non sottovalutare</h3>
<p>Sebbene ben tollerati, gli inibitori di pompa protonica non sono esenti da rischi, soprattutto in caso di uso prolungato. Tra gli effetti avversi più comuni si annoverano:</p>
<ul>
<li>cefalea</li>
<li>nausea</li>
<li>dolore addominale</li>
<li>diarrea.</li>
</ul>
<p>Un utilizzo cronico superiore all’anno, non indicato in molti casi, può avere conseguenze negative per la salute.<br />
Non bisogna dimenticare poi che questi farmaci possono interferire con l’assorbimento di altri, compromettendone l’efficacia terapeutica e ridurre l’assorbimento di nutrienti essenziali come il magnesio e la vitamina B12, contribuendo all’insorgenza di ulteriori problematiche e potenzialmente innescando il ricorso ad altri farmaci per correggere questi deficit (è la cosiddetta cascata prescrittiva).</p>
<h3>Le note AIFA 1 e 48</h3>
<p>Per promuovere un uso razionale di questi farmaci, prevedendone la prescrizione solo quando effettivamente necessaria, l’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) ha introdotto da tempo due Note:</p>
<ul>
<li>la <strong>Nota 1</strong> che fornisce indicazioni sull’uso appropriato degli inibitori di pompa protonica in relazione a farmaci che possono causare danni gastrici</li>
<li>la<strong> Nota 48</strong> che stabilisce i criteri per l’uso di questi farmaci nel trattamento di condizioni come l’ulcera peptica e la malattia da reflusso gastroesofageo.</li>
</ul>
<p>In entrambi in casi la raccomandazione è di indicare l’uso di questi farmaci per un periodo limitato di tempo, di massimo 8 settimane, salvo necessità cliniche documentate per l’uso prolungato.</p>
<h3>La deprescrizione: una scelta possibile e sicura</h3>
<p>Spesso il vero ostacolo alla sospensione di questi farmaci non è clinico, ma legato alla preoccupazione dei pazienti, e non solo, che temono che l’interruzione della cura possa far ricomparire i sintomi della malattia per cui è stato prescritto il farmaco. È importante fare chiarezza perché le cose non stanno così: la deprescrizione, infatti, contribuisce a ridurre l’incidenza di effetti collaterali e di interazioni farmacologiche, a patto che sia graduale, nella maggior parte dei casi senza accompagnarsi alla ricomparsa dei sintomi.<br />
È vero infatti che l’interruzione brusca di questi farmaci può causare un “effetto rimbalzo”, caratterizzato da iperacidità, reflusso e bruciore di stomaco, segnali che inducono il paziente a riprenderne l’assunzione. Tuttavia, questo fenomeno può essere evitato adottando un approccio alla sospensione progressivo che, oltre a tutelare il benessere del paziente, comporta benefici anche in termini di spesa sanitaria.</p>
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