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	<title>tumore della mammella Archivi - InFarmaco</title>
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	<description>l’informazione indipendente sul farmaco</description>
	<lastBuildDate>Sun, 03 May 2026 17:23:32 +0000</lastBuildDate>
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	<title>tumore della mammella Archivi - InFarmaco</title>
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	<item>
		<title>Graduare le terapie nelle donne anziane con tumore al seno</title>
		<link>https://infarmaco.it/graduare-le-terapie-nelle-donne-anziane-con-tumore-al-seno/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Nicoletta Scarpa]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 03 May 2026 22:00:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Maggio 2026]]></category>
		<category><![CDATA[Sintetica]]></category>
		<category><![CDATA[de-escalation]]></category>
		<category><![CDATA[terapie antitumorali]]></category>
		<category><![CDATA[tumore al seno]]></category>
		<category><![CDATA[tumore della mammella]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I dosaggi standard previsti dalle linee guida non sono sempre adatti oltre una certa età quando sono presenti altre malattie e situazioni di fragilità</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Nelle donne anziane con tumore al seno la riduzione delle terapie rispetto a quelle standard potrebbe garantire un’efficacia simile ma con minori effetti negativi sulla qualità di vita.</p>
<h3>Il tumore al seno dopo i 70 anni d’età</h3>
<p>Si stima che una donna su mille dai settanta anni in su abbia un tumore al seno, tanto che più del 30% dei casi di tumore al seno sarebbero diagnosticati proprio a 70 anni o oltre.<br />
Ciò pone due problemi. Il primo è la situazione di queste donne che spesso hanno anche altre malattie (comorbilità), per cui prendono diversi farmaci, e possono essere considerate in molti casi fragili. Il secondo è che le ricerche condotte sull’efficacia delle varie terapie antitumorali in questa fascia d’età sono ancora scarse: si stima infatti che negli studi controllati e randomizzati per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci contro il tumore della mammella le donne con 70 o più anni siano al massimo il 10-15% del totale delle partecipanti. Per questo motivo non è sempre facile sapere con certezza se una terapia può essere considerata efficace e sicura nelle donne anziane con tumore al seno.</p>
<h3>La terapia ridotta</h3>
<p>A causa della comorbilità e della fragilità molte donne, dopo l’intervento chirurgico di asportazione del tumore al seno, vengono trattate con terapie più “blande” rispetto a quelle standard definite ideali (per esempio si ricorre all’immunoterapia senza associarla alla chemioterapia, oppure si riduce il numero di cicli di terapia).<br />
La domanda che si sono posti alcuni ricercatori giapponesi è se questo approccio di riduzione (definito <em>de-escalation</em>) garantisca comunque un efficacia simile sul controllo della malattia tumorale.<br />
Sono state valutate retrospettivamente, recuperando le cartelle cliniche, 400 donne con tumore al seno che avevano ricevuto, in base alle loro condizioni generali di salute, o il trattamento standard oppure il trattamento ridotto. L’obiettivo era vedere se negli anni successivi all’intervento si aveva una ricomparsa (recidiva) della malattia.<br />
In entrambi i gruppi di donne la recidiva del tumore al seno è stata rara e comunque non ci sono state differenze significative sulla base del trattamento (standard o ridotto), quanto meno nelle forme di tumore etichettate come meno aggressive.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>L’etichetta di naturale non basta a garantire la sicurezza</title>
		<link>https://infarmaco.it/letichetta-di-naturale-non-basta-a-garantire-la-sicurezza/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Silvia Emendi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 Mar 2026 09:56:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Marzo 2026]]></category>
		<category><![CDATA[Sintetica]]></category>
		<category><![CDATA[Cimicifuga racemosa]]></category>
		<category><![CDATA[ormonoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[tumore della mammella]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il nuovo <i>Minidossier</i> di COSIsiFA affronta l’uso della <i>Cimicifuga racemosa</i> nelle donne con tumore al seno in ormonoterapia, evidenziando come non sia sostenuto da solide prove di efficacia e debba essere evitato alla luce dei potenziali rischi</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Ogni anno migliaia di donne con tumore al seno affrontano gli effetti collaterali dell’ormonoterapia, fondamentale per ridurre il rischio di recidiva, ma spesso gravata da disturbi analoghi a quelli della menopausa come vampate di calore, sudorazione profusa, disturbi del sonno e alterazioni dell’umore. Questi sintomi possono compromettere significativamente la qualità di vita e incidere sull’aderenza alla terapia che in genere deve proseguire per almeno 5 anni.</p>
<h3>Il ricorso ai prodotti naturali</h3>
<p>Per alleviare questi disturbi, alcune donne si orientano verso prodotti cosiddetti naturali, nella errata convinzione che siano sempre innocui, in particolare verso preparati a base di <em>Cimicifuga racemosa</em> (nota anche come <em>black cohosh</em>). Se il suo impiego è riconosciuto nelle donne in menopausa, la situazione cambia quando si parla di donne con tumore della mammella in trattamento ormonale.<br />
Il nuovo <a href="https://infarmaco.it/wp-content/uploads/2026/03/M15_minidossier_cimicifuga_def.pdf"><em>Minidossier</em> di COSIsiFA</a> fa il punto sugli studi clinici condotti per valutarne l’efficacia e la sicurezza in questo specifico contesto, che sono spesso di piccole dimensionie con limiti importanti.<br />
La realtà è che non esistono prove robuste di efficacia, mentre i dati di sicurezza sono poco noti, soprattutto nel lungo periodo. Inoltre, non mancano in letteratura scientifica casi di epatotossicità associati all’uso di cimicifuga, anche gravi, e altre reazioni avverse come disturbi gastrointestinali, sanguinamenti uterini e dolore mammario.</p>
<h3>La posizione dell’Agenzia Europea dei Medicinali</h3>
<p>Alla luce delle incertezze, l’Agenzia Europea dei Medicinali (EMA) raccomanda espressamente che le donne con tumore al seno evitino l’uso di prodotti a base di cimicifuga per trattare i disturbi della menopausa associati alle terapie ormonali.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>La cimicifuga (black cohosh) per la gestione degli effetti dell’ormonoterapia nel tumore della mammella: evidenze e riflessioni critiche</title>
		<link>https://infarmaco.it/la-cimicifuga-black-cohosh-per-la-gestione-degli-effetti-dellormonoterapia-nel-tumore-della-mammella-evidenze-e-riflessioni-critiche/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Silvia Emendi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 Mar 2026 08:57:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Marzo 2026]]></category>
		<category><![CDATA[Minidossier]]></category>
		<category><![CDATA[Cimicifuga racemosa]]></category>
		<category><![CDATA[ormonoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[tumore della mammella]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ogni anno migliaia di donne con tumore al seno affrontano gli effetti collaterali dell’ormonoterapia — vampate, insonnia e sbalzi d’umore — che possono compromettere qualità di vita e aderenza alla terapia. Tra i rimedi naturali spesso utilizzati c’è la <i>Cimicifuga racemosa</i>, il cui uso però non è supportato da prove scientifiche in questo contesto. Facciamo il punto su efficacia e rischi del suo impiego nel nuovo <i>Minidossier</i> di COSIsiFA.</p>
<p>L'articolo <a href="https://infarmaco.it/la-cimicifuga-black-cohosh-per-la-gestione-degli-effetti-dellormonoterapia-nel-tumore-della-mammella-evidenze-e-riflessioni-critiche/">La cimicifuga (&lt;i&gt;black cohosh&lt;/i&gt;) per la gestione degli effetti dell’ormonoterapia nel tumore della mammella: evidenze e riflessioni critiche</a> proviene da <a href="https://infarmaco.it">InFarmaco</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Ogni anno migliaia di donne con tumore al seno affrontano gli effetti collaterali dell’ormonoterapia — vampate, insonnia e sbalzi d’umore — che possono compromettere qualità di vita e aderenza alla terapia. Tra i rimedi naturali spesso utilizzati c’è la <em>Cimicifuga racemosa</em>, il cui uso però non è supportato da prove scientifiche in questo contesto. Facciamo il punto su efficacia e rischi del suo impiego nel nuovo <em>Minidossier</em> di COSIsiFA.</p>
<p>L'articolo <a href="https://infarmaco.it/la-cimicifuga-black-cohosh-per-la-gestione-degli-effetti-dellormonoterapia-nel-tumore-della-mammella-evidenze-e-riflessioni-critiche/">La cimicifuga (&lt;i&gt;black cohosh&lt;/i&gt;) per la gestione degli effetti dell’ormonoterapia nel tumore della mammella: evidenze e riflessioni critiche</a> proviene da <a href="https://infarmaco.it">InFarmaco</a>.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Non sempre le cure devono essere aggressive</title>
		<link>https://infarmaco.it/non-sempre-le-cure-devono-essere-aggressive/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Silvia Emendi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Dec 2025 07:23:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dicembre 2025]]></category>
		<category><![CDATA[Sintetica]]></category>
		<category><![CDATA[chemioterapia]]></category>
		<category><![CDATA[sopravvivenza]]></category>
		<category><![CDATA[tumore della mammella]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nelle donne con tumore al seno in fase avanzata la chemioterapia da sola garantisce la medesima sopravvivenza che sia associata o meno all’intervento chirurgico</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Non è detto che l’approccio più invasivo sia quello che offre i migliori risultati e questo principio vale anche in campo oncologico.<br />
Ogni persona con tumore fa una storia a sé e la terapia dovrebbe essere ritagliata su misura rispetto alla situazione clinica, alle aspettative e alle condizioni di vita.<br />
Se il diffondersi dello screening e della diagnosi precoce dei tumori consente sempre più spesso di riconoscere la presenza del tumore in fasi molto iniziali, tali per cui si possono mettere in atto da subito terapie efficaci e in molti casi risolutive, purtroppo a volte si scopre la presenza di un tumore quando è già in fase avanzata, quando le opportunità di un trattamento efficace sono minori. In questi casi è fondamentale considerare sia la possibilità di contenere la progressione della malattia sia di consentire una buona qualità di vita.</p>
<h3>Solo la chemioterapia o anche il bisturi?</h3>
<p>Un gruppo di oncologi giapponesi ha condotto uno studio controllato e randomizzato che ha coinvolto oltre 400 donne con un tumore al seno che è stato diagnosticato in fase già avanzata, quando cioè il tumore si era diffuso non solo localmente ma anche a distanza in altri organi (metastasi). La scelta di cura in questi casi prevede sempre il ricorso alla chemioterapia con l’intento di agire su tutte le sedi di malattia per controllarne la progressione. Si discute invece se sia opportuno essere più invasivi e proporre cioè di asportare anche chirurgicamente il tumore, come viene fatto quando la malattia viene diagnosticata in fase precoce.<br />
I risultati della ricerca giapponese indicano che in questa situazione l’aggiunta dell’intervento chirurgico alla terapia con farmaci non allunga la sopravvivenza globale. La chemioterapia svolge la sua azione e l’aggiunta del bisturi comporta solo per la donna il fastidio e le conseguenze di un intervento chirurgico.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>L’attività sessuale quando si è in cura per un tumore</title>
		<link>https://infarmaco.it/lattivita-sessuale-quando-si-e-in-cura-per-un-tumore/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Silvia Emendi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Nov 2025 23:00:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Novembre 2025]]></category>
		<category><![CDATA[Sintetica]]></category>
		<category><![CDATA[attività sessuale]]></category>
		<category><![CDATA[chemioterapia]]></category>
		<category><![CDATA[tumore dell'utero]]></category>
		<category><![CDATA[tumore dell’ovaio]]></category>
		<category><![CDATA[tumore della mammella]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le donne che mantengono un’attività sessuale nonostante stiano facendo la chemioterapia avrebbero una vita sessuale migliore una volta terminate le cure</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>L’attività sessuale della donna con un tumore al seno o un tumore ginecologico (alle ovaie o all’utero) non viene quasi mai presa in considerazione nella valutazione dello stato di salute generale e della qualità di vita. Eppure ha un suo peso, come le altre attività della vita quotidiana, anche se viene spesso messa in secondo piano essendo considerate altre le priorità. Ma per la donna è così?</p>
<h3>Che cosa si sa al riguardo</h3>
<p>Secondo i pochi dati presenti in letteratura scientifica, la maggior parte delle donne sopravvissute a un tumore al seno riferisce di avere avuto problemi sessuali o comunque di avere un’attività sessuale ridotta. In particolare segnalano il calo del desiderio, tanto che tra il 30 e il 60% delle donne con tumore al seno dichiarano di essere sessualmente inattive.<br />
Le donne che hanno un tumore ginecologico indicano invece nei problemi fisici la ragione più comune per cui preferiscono non avere un’attività sessuale.</p>
<h3>Le motivazioni e i risultati dello studio</h3>
<p>Le donne che devono sottoporsi a cicli di chemioterapia vanno incontro a diversi effetti avversi (stanchezza, nausea, neuropatie) che interferiscono con le attività della vita quotidiana, tra cui l’attività sessuale. Di solito si raccomanda di cercare di svolgere le attività quotidiane per quanto si riesca al fine di consentire una ripresa migliore dalla malattia, ma quasi mai i consigli includono la sfera sessuale.<br />
Per questo un gruppo di ricercatrici statunitensi ha condotto uno studio per valutare quale sia il livello di attività sessuale, di desiderio sessuale e di soddisfazione sessuale in una sessantina di donne (età media 59 anni) che avevano iniziato una chemioterapia per un tumore al seno o per un tumore di utero o ovaie. L’indagine prevedeva la compilazione di un questionario che veniva consegnato loro all’inizio del primo ciclo di chemioterapia e poi ogni tre mesi fino all’anno, una volta terminate le cure.<br />
Quasi la metà delle donne (44,8%) ha risposto almeno una volta alla domanda specifica del questionario di essere stata sessualmente attiva durante le cure. A distanza di un anno dalla terapia, le donne che erano state attive durante il trattamento avevano una maggiore probabilità di esserlo e inoltre dopo un anno avevano un maggior desiderio sessuale rispetto a quelle che non avevano avuto attività sessuale durante le cure (l’88,5% rispondeva di provare desiderio sessuale rispetto al 31,3%) e una maggiore soddisfazione sessuale.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Come rinforzare le ossa durante l’ormonoterapia</title>
		<link>https://infarmaco.it/come-rinforzare-le-ossa-durante-lormonoterapia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Silvia Emendi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 20 Nov 2025 23:30:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Novembre 2025]]></category>
		<category><![CDATA[Sintetica]]></category>
		<category><![CDATA[Denosumab]]></category>
		<category><![CDATA[ormonoterapia]]></category>
		<category><![CDATA[Osteoporosi]]></category>
		<category><![CDATA[tumore della mammella]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Uno studio italiano analizza l’efficacia del denosumab nell’aumentare la densità ossea nelle donne con tumore della mammella in cura con una terapia ormonale</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="et_pb_section et_pb_section_0 et_section_regular" >
				
				
				
				
				
				
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				<div class="et_pb_text_inner">Un anticorpo monoclonale rinforza la struttura delle ossa nelle donne con un tumore della mammella in fase iniziale in trattamento con una terapia ormonale.</p>
<h3>Vantaggi e svantaggi dell’ormonoterapia</h3>
<p>Nelle donne in premenopausa (prima cioè che compaia la menopausa vera e propria) cui viene posta una diagnosi di tumore della mammella in fase iniziale, dopo l’intervento chirurgico, per ridurre il rischio di ricomparsa della malattia viene in alcuni casi specifici consigliata una terapia ormonale quotidiana per almeno cinque anni, che ha però il difetto di ridurre la densità ossea favorendo così la comparsa di fratture a causa della fragilità ossea.<br />
Per contrastare questo effetto avverso, le linee guida raccomandano di usare farmaci che hanno l’effetto opposto, che favoriscono cioè un aumento della densità ossea, allo scopo se possibile di ridurre il rischio di fratture. Questi farmaci sono i bifosfonati, per i quali ci sono molti studi, e il denosumab, un anticorpo monoclonale più recente per il quale i dati sono meno numerosi.</p>
<h3>Lo studio del Policlinico Gemelli</h3>
<p>Per valutare l’effetto di questo anticorpo monoclonale sulla salute delle ossa, i clinici hanno condotto uno studio retrospettivo, hanno ciò analizzato la storia clinica di una settantina di donne con il tumore della mammella che erano state trattate con l’ormonoterapia e per le quali erano disponibili informazioni sulla salute ossea e sulla frequenza di fratture.<br />
Si è così visto che queste donne, cui era stato somministrato il denosumab, a seguito della terapia avevano un miglioramento significativo della densità ossea ai controlli (una MOC, la densitometria ossea) e nessuna ha avuto fratture. Il trattamento era ben tollerato, e l’evento avverso più temuto, perché grave, con questo tipo di terapia, l’osteonecrosi della mandibola, è comparso in un solo caso.<br />
Lo studio non dice nulla però di che cosa accada quando si sospende il trattamento, se cioè la densità ossea torni a ridursi, né se sia più o meno efficace dell’altro trattamento raccomandato, quello con i bifosfonati.<br />
Peraltro dalle schede tecniche del denosumab si evince che il farmaco non ha un’indicazione autorizzata specifica per l’utilizzo in donne in pre menopausa con tumore della mammella. Inoltre il disegno retrospettivo dello studio offre risultati globalmente meno affidabili che se fosse stato realizzato in maniera prospettica.</div>
			</div>
			</div>			
				
				
				
				
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]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Usare le statine nella cura del tumore al seno?</title>
		<link>https://infarmaco.it/usare-le-statine-nella-cura-del-tumore-al-seno/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Nicoletta Scarpa]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Nov 2025 23:00:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Novembre 2025]]></category>
		<category><![CDATA[Sintetica]]></category>
		<category><![CDATA[statine]]></category>
		<category><![CDATA[tumore della mammella]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://infarmaco.it/?p=4468</guid>

					<description><![CDATA[<p>Nelle donne con tumore al seno in terapia con statine per motivi cardiovascolari si è osservato un effetto protettivo rispetto al tumore</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Le statine, i farmaci comunemente utilizzati per ridurre il colesterolo, potrebbero avere un’azione anche nei confronti del tumore al seno.</p>
<h3>Dove nasce l’idea di usare le statine</h3>
<p>Molte delle donne con tumore al seno hanno una certa età e spesso hanno anche problemi cardiovascolari per cui non è raro che siano in terapia con una statina. Ciò ha permesso di osservare che le donne con tumore al seno e in trattamento con una statina potrebbero avere in realtà qualche beneficio dal farmaco, con una riduzione della mortalità associata al tumore e del rischio che si ripresenti.<br />
A questa osservazione si affiancano anche alcuni dati di laboratorio da cui emerge che le statine sono in grado di bloccare la proliferazione cellulare e avrebbero anche proprietà immunomodulatrici.</p>
<h3>I risultati della revisione sistematica</h3>
<p>Poiché finora i dati al riguardo erano sporadici e derivati da diversi studi, si è deciso di condurre una revisione sistematica che ha raccolto gli studi pubblicati in letteratura scientifica sull’argomento in modo da riunirli in una cosiddetta metanalisi per avere informazioni più certe su questo supposto effetto protettivo.<br />
In totale sono stati selezionati una quarantina di studi per un totale di quasi settecentomila donne con un tumore della mammella.<br />
I risultati sembrano confermare l’effetto positivo delle statine: le donne in terapia avevano infatti un effetto protettivo rispetto alla mortalità da tumore al seno e al rischio di ricomparsa della malattia dopo il trattamento antitumorale. Si è osservato anche che non tutte le statine garantivano lo stesso effetto, ma dipendeva dalle loro caratteristiche.</p>
<p>&nbsp;</p>
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]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il sorprendente effetto delle statine nel tumore della mammella</title>
		<link>https://infarmaco.it/statine-tumore-mammella/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Nicoletta Scarpa]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 10 Nov 2025 23:00:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Tecnica]]></category>
		<category><![CDATA[statine]]></category>
		<category><![CDATA[tumore della mammella]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://infarmaco.it/?p=4458</guid>

					<description><![CDATA[<p>Nelle donne con tumore al seno in terapia con statine per motivi cardiovascolari si è osservato un effetto protettivo rispetto al tumore</p>
<p>L'articolo <a href="https://infarmaco.it/statine-tumore-mammella/">Il sorprendente effetto delle statine nel tumore della mammella</a> proviene da <a href="https://infarmaco.it">InFarmaco</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Secondo una revisione sistematica con metanalisi, le statine potrebbero avere un’azione positiva sulla mortalità da tumore della mammella e sulla probabilità di recidiva dello stesso.</p>
<h3>La possibile azione delle statine sul tumore</h3>
<p>Alcuni studi osservazionali, per lo più retrospettivi ma alcuni anche prospettici, hanno avanzato l’ipotesi che le pazienti con tumore della mammella già in trattamento con una statina per la riduzione del rischio cardiovascolare possano trarne una sorta di protezione nei confronti della neoplasia.<br />
A questa osservazione si affiancano i dati sul meccanismo d’azione delle statine. Queste infatti inibiscono l’HMGCR, l’enzima limitante la via metabolica del mevalonato che guarda caso è iperespressa nelle cellule del tumore della mammella. A ciò si aggiunge che in vitro le statine avrebbero effetti pleiotropici, tra cui l’induzione dell’apoptosi cellulare e il blocco della proliferazione cellulare, oltre a proprietà immunomodulatrici.<br />
Ci sono quindi elementi di partenza sufficienti per ipotizzare che le statine possano avere una qualche utilità nella terapia del tumore della mammella.</p>
<h3>I risultati della ricerca</h3>
<p>Nella revisione sistematica sono stati selezionati 34 studi osservazionali, 29 dei quali retrospettivi e 5 prospettici, per un totale di 689.990 donne con tumore della mammella.<br />
I risultati della metanalisi indicano che le donne che assumevano statine avevano una riduzione del rischio di morte (hazard ratio 0,81, limiti di confidenza al 95% da 0,75 a 0,87) e del rischio di recidiva di tumore (hazard ratio 0,81, limiti di confidenza al 95% da 0,74 a 0,89).<br />
Il maggiore effetto protettivo si aveva con le statine lipofiliche (atorvastatina, simvastatina, lovastatina, fluvastatina, pitavastatina) piuttosto che con le statine idrofiliche (rosuvastatina, pravastatina).</p>
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		<title>Terapia endocrina e funzioni cognitive</title>
		<link>https://infarmaco.it/terapia-endocrina-e-funzioni-cognitive/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Nicoletta Scarpa]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Oct 2025 22:00:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ottobre 2025]]></category>
		<category><![CDATA[Sintetica]]></category>
		<category><![CDATA[funzioni cognitive]]></category>
		<category><![CDATA[Inibitori dell'aromatasi]]></category>
		<category><![CDATA[Terapia endocrina]]></category>
		<category><![CDATA[tumore della mammella]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La terapia con inibitori dell’aromatasi nelle donne con tumore al seno non si associa nel lungo periodo, come invece era stato ipotizzato, alla comparsa di disturbi cognitivi</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Gli inibitori dell’aromatasi, usati nella terapia endocrina del tumore al seno, non causano problemi cognitivi, come era invece stato ipotizzato sulla base dell’impressione riferita da alcune donne in cura, secondo le quali una delle conseguenze negative della terapia su lungo periodo erano proprio le difficoltà cognitive.</p>
<h3>Che cosa sono gli inibitori dell’aromatasi</h3>
<p>Gli inibitori dell’aromatasi sono farmaci spesso impiegati nelle donne con un tumore al seno grazie alla loro azione endocrina: bloccano infatti un enzima, l’aromatasi appunto, che è fondamentale per la produzione degli estrogeni nell’organismo, in tal modo riducono gli ormoni femminili che tenderebbero invece a stimolare la crescita del tumore.<br />
Sono farmaci di solito abbastanza ben tollerati, che hanno comunque effetti collaterali che possono indurre ad abbandonare la terapia come la nausea, le vampate di calore, la stanchezza, i dolori articolari. Alcune donne hanno segnalato anche una aumentata frequenza di problemi cognitivi.</p>
<h3>Lo studio italiano</h3>
<p>Per valutare se veramente questi farmaci possano interferire negativamente con le funzioni cognitive, uno studio multicentrico italiano ha valutato 77 donne con un tumore al seno in fase iniziale che sono state trattate per 12 mesi con un inibitore delle aromatasi.<br />
Prima delle terapia è stata fatta una valutazione delle funzioni cognitive delle partecipanti, valutazione che è stata rifatta a distanza di un anno per vedere se ci fossero peggioramenti.<br />
In effetti a distanza di un anno due donne su tre hanno riferito la sensazione soggettiva di avere difficoltà cognitive. Se però si valutava la situazione oggettivamente la loro performance neuropsicologica era sovrapponibile a quella precedente alla terapia, a significare che il farmaco non peggiorava le funzioni cognitive.<br />
In realtà è emersa una differenza tra le donne che erano state trattate in passato anche con una chemioterapia e quelle che invece avevano usato solo la terapia endocrina: le prime infatti riferivano più spesso di avere problemi di memoria. Sembra quindi che sia la chemioterapia e non la terapia endocrina con inibitori dell’aromatasi a incidere sulle funzioni cognitive</p>
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		<title>Si accetta meglio una terapia se si è coinvolte</title>
		<link>https://infarmaco.it/si-accetta-meglio-una-terapia-se-si-e-coinvolte-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Nicoletta Scarpa]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 22 Jan 2025 23:00:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Gennaio 2025]]></category>
		<category><![CDATA[Sintetica]]></category>
		<category><![CDATA[gestione della terapia]]></category>
		<category><![CDATA[terapia adiuvante]]></category>
		<category><![CDATA[tumore della mammella]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non basta prescrivere un farmaco che si sa essere efficace, occorre anche rendere partecipi le persone per migliorare l’adesione al trattamento e la qualità di vita</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Coinvolgere le donne con tumore della mammella nelle decisioni e nella conoscenza riguardo alla terapia con farmaci endocrini non solo migliora la loro adesione al trattamento ma anche la loro qualità di vita.<br />
La terapia endocrina, cosiddetta adiuvante, per il tumore della mammella non è scevra di effetti collaterali, che a volte inducono la donna ad abbandonare il trattamento che sarebbe opportuno invece proseguire per ottenere la maggiore efficacia. È per cercare di ridurre il rischio di interruzione della terapia che un gruppo di ricercatori britannici ha ideato uno strumento per favorire le donne nelle decisioni riguardo ai farmaci.<br />
Un’ottantina di donne con tumore della mammella cui era stata prescritta una terapia con farmaci endocrini sono state seguite nel tempo con due diverse modalità: quella tradizionale, fornendo loro cioè informazioni prima di iniziare la terapia ed essendo disponibili in caso di bisogno, oppure coinvolgendole attivamente in un programma che oltre alla disponibilità di un sito internet con i consigli su come gestire autonomamente alcuni effetti collaterali dei farmaci prevedeva un primo incontro con la singola donna e tre successivi incontri di gruppo per discutere dei problemi legati ai farmaci.<br />
Le donne che erano state coinvolte attivamente avevano meno spesso abbandonato la terapia, segnalavano una migliore qualità di vita e meno stress.</p>
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