A volte un vecchio farmaco usato per tutt’altra indicazione può tornare utile in una malattia tumorale grave. È il caso della idralazina e del glioblastoma.
La storia dell’idralazina
L’idralazina è stata sintetizzata sul finire degli anni Quaranta del secolo scorso e i primi studi sull’uomo sono stati condotti nel 1949 in persone ipertese. Grazie alla sua azione vasodilatante, infatti, il farmaco è in grado di ridurre la pressione arteriosa.
Ancora oggi l’OMS inserisce l’idralazina tra i farmaci essenziali per le crisi ipertensive gravi ma anche per i disturbi ipertensivi associati alla gravidanza, come la preeclampsia e l’eclampsia, una condizione che può porre a rischio la vita della madre.
Ciononostante il farmaco non è più in vendita in Italia per via dei suoi effetti avversi, tra cui tipicamente una forma di malattia simile al lupus eritematoso sistemico, e della disponibilità di nuove molecole altrettanto efficaci ma più sicure.
Nonostante l’idralazina sia usata in terapia da oltre settant’anni, in realtà si sapeva ancora poco del suo meccanismo d’azione: si sa cioè che riduce la pressione perché dilata i vasi, ma come fa a svolgere questa funzione? Solo recentemente si è capito che la sua azione vasodilatante è mediata dal blocco dell’attività di un enzima chiamato ADO (l’acronimo sta per 2-aminoetanetiol diossigenasi).
Che cosa c’entra l’idralazina con i tumori?
Parallelamente agli studi sul meccanismo d’azione dell’idralazina, si sono sviluppate in maniera completamente indipendente altre ricerche che riguardavano tutt’altro e cioè il glioblastoma, un grave tumore cerebrale. Si è così visto che in questo tumore proprio l’enzima ADO è iperattivo e così favorisce la crescita e la moltiplicazione delle cellule tumorali, tanto che se si riesce negli esperimenti in vitro a bloccarlo le cellule tumorali non sono più in grado di moltiplicarsi.
Ecco quindi il nesso tra idralazina e glioblastoma: l’elemento in comune è l’enzima ADO. L’idea sarebbe quindi di usare l’idralazina nei casi di glioblastoma, specie nelle sue forme più aggressive, per contrastare la crescita tumorale. Per ora sperimentata solo sulle cellule di glioblastoma in coltura (quindi al di fuori del corpo umano) l’idralazina è riuscita a indurne un rapido invecchiamento, bloccandone la moltiplicazione.



