L’immunoterapia contro i tumori è molto efficace ma non è priva di effetti avversi, tra cui l’aumento del rischio di infezioni, che possono essere anche gravi in persone già fragili per via del tumore.
L’immunoterapia antitumorale
Negli ultimi decenni l’approccio terapeutico ai tumori è cambiato. Accanto ai classici farmaci (chemioterapici) che agiscono per eliminare direttamente le cellule tumorali, ha acquisito sempre più importanza lo studio dell’ambiente in cui il tumore si sviluppa. Si è così visto che molti tumori sono in grado di bloccare le difese immunitarie naturali dell’organismo, consentendo in questo modo alle proprie cellule di proliferare incontrollate. Sono stati così sviluppati diversi farmaci immunoterapici, che agiscono sul sistema immunitario della persona e tra questi ci sono i cosiddetti inibitori del checkpoint immunitario (anticorpi monoclonali diretti contro specifiche molecole biologiche presenti sulle cellule) che riescono a riattivare la risposta difensiva dei linfociti T dell’organismo che sono stati “frenati” dal tumore.
Il rischio di infezioni con gli inibitori del checkpoint immunitario
Questi farmaci hanno rivoluzionato la cura del cancro, ottenendo ottimi risultati in diversi tumori, per esempio nel melanoma, nel tumore del polmone, nel tumore del rene. A fronte di questa efficacia stanno però i possibili effetti avversi e tra questi c’è il rischio aumentato di infezioni, circostanza nota ma di cui occorre definire la frequenza e la gravità.
Un importante tassello al riguardo viene da un’analisi condotta sulle segnalazioni di eventi avversi registrate nella banca dati della FDA, l’Agenzia del farmaco statunitense.
I ricercatori hanno analizzato quasi 150.000 segnalazioni, 18.000 delle quali riguardavano casi di infezione dopo l’uso di un inibitore del checkpoint immunitario. Le analisi hanno consentito di confermare che in effetti l’uso di questi farmaci comporta un rischio aumentato di infezioni per chi ne fa uso, particolarmente significativo per i casi di polmonite e di colite gravi. Si è potuto anche stabilire che il periodo più a rischio sono i primi tre mesi dall’inizio dell’immunoterapia (70% dei casi), che le persone più anziane sono quelle più esposte al rischio di infezione e che tale rischio aumenta se si usano terapie con più farmaci.



