Uno dei motivi che comportano un aumento della diffusione delle resistenze batteriche è la somministrazione di antibiotici quando non ce n’è bisogno, quando per esempio la causa dell’infezione è un virus e non un batterio. Questa abitudine è più radicata di quanto si pensi e nella realtà quotidiana non è poi così rara, neppure in ospedale. Uno studio italiano conferma questa tendenza.
Perché gli antibiotici non sono attivi contro i virus
Le varie classi di antibiotici agiscono contro i batteri perché bloccano alcune loro funzioni vitali: possono essere letali per il batterio, causandone la morte (antibiotici battericidi), oppure limitarsi a bloccarne la moltiplicazione (antibiotici batteriostatici). La loro azione è possibile proprio perché i batteri sono microrganismi composti da un’unica cellula che ha una parete esterna, una membrana, una serie di organelli funzionali e del materiale genetico. I virus, invece, non sono cellule ma particelle più piccole dei batteri che non possono sopravvivere di per sé nell’ambiente: per vivere e moltiplicarsi devono invadere una cellula (per esempio una cellula umana), sfruttandone i “macchinari” per moltiplicarsi e diffondersi. I bersagli contro cui sono diretti gli antibiotici (parete o membrana cellulare, altri organelli del batterio) non sono quindi presenti nei virus, per cui nessun antibiotico può agire contro i virus.
La difficoltà sta quindi nel porre una diagnosi corretta: se la forma infettiva è dovuta a un batterio l’antibiotico può essere efficace, se è dovuta a un virus l’antibiotico può solo causare effetti avversi.
Lo studio italiano
Uno studio retrospettivo ha analizzato i dati di 171 bambini ricoverati in ospedali italiani per un’infezione delle vie respiratorie rivelatasi poi di natura virale. Poco più della metà aveva un’infezione da adenovirus, altri forme virali diverse e meno frequenti, per cui l’attenzione si è concentrata sui piccoli infettati da adenovirus. Si è così visto, riguardando i dati clinici, che i piccoli con adenovirus avevano una febbre di più lunga durata, avevano indici infiammatori più elevati rispetto agli altri ed erano più spesso trattati con antibiotici (77% dei casi).



