L’uso diffuso di antibiotici per eradicare l’infezione da Helicobacter pylori, responsabile dei casi di gastrite e ulcera e del cancro dello stomaco, comporta un aumento della resistenza del batterio alle terapie poste in atto, ponendo importanti interrogativi di salute pubblica.
L’eradicazione dell’Helicobacter
La scoperta, sul finire del secolo scorso, che un batterio è il vero responsabile dell’ulcera peptica ha cambiato radicalmente la storia di questa malattia. Gli studi successivi hanno consentito di svelare anche il ruolo chiave di questo batterio nell’insorgenza del cancro gastrico, per cui si è sottolineata l’importanza di eradicare il batterio dallo stomaco.
Dapprima si consigliava una terapia solo per le persone che avevano sintomi, ma ora, viste le gravi conseguenze associate all’infezione, la raccomandazione è di trattare tutte le persone in cui si riscontri la presenza dell’Helicobacter, anche se non lamentano sintomi.
La terapia prevede l’impiego di più farmaci insieme, tanto che si parla di triplice o quadruplice terapia, a seconda che si impieghino tre o quattro farmaci, di solito due antibiotici più un inibitore di pompa protonica (che contrasta l’acidità dello stomaco) ed eventualmente del bismuto.
Se da un lato questo approccio consente di eliminare il batterio e quindi di ridurre anche il rischio di tumore dello stomaco, dall’altro ha però portato a un impiego massiccio di antibiotici, per alcuni dei quali i germi hanno sviluppato resistenza, rendendone così più difficile l’eradicazione.
La situazione mondiale
Uno studio internazionale si è posto l’obiettivo di fotografare la situazione, raccogliendo i dati di 31 Paesi (Italia compresa) di 6 continenti riguardo alla frequenza dell’antibiotico resistenza dell’Helicobacter, all’uso dei test specifici per individuare i germi resistenti e alle politiche sanitarie correlate.
Si è visto così che la resistenza agli antibiotici usati per questa infezione è diffusa, in particolare è presente in oltre il 15% dei casi trattati con claritromicina e levofloxacina, mentre si mantiene bassa (sotto il 2% dei casi) per l’amoxicillina (anche se supera il 90% dei casi in Africa). L’Italia non è messa bene: si ha resistenza alla claritromicina nel 38% dei casi e resistenza alla levofloxacina nel 20-25% dei casi.
Lo studio ha analizzato anche le sperequazioni tra Paesi ricchi e Paesi poveri, per esempio il bismuto, considerato fondamentale per la quadruplice terapia, la più efficace, non sarebbe accessibile per più di un miliardo di persone.
Così la disponibilità dei test per identificare la resistenza agli antibiotici c’è nei Paesi ricchi ma manca del tutto in quelli poveri. Infine solo 4 Paesi hanno avviato programmi di sorveglianza dell’antibiotico resistenza.



