L’inquinamento dell’aria non solo aumenta il rischio di malattie respiratorie e cardiovascolari ma aumenta anche la diffusione della resistenza agli antibiotici.
Il ruolo dell’inquinamento atmosferico
L’uso inappropriato degli antibiotici e il loro sovra utilizzo nell’uomo e negli animali rimangono i fattori fondamentali che determinano la diffusione dell’antibiotico resistenza, ma in una visione globale (One health) anche l’ambiente gioca la sua parte, non solo attraverso le acque (leggi le news “Antibiotici e resistenza nelle acque dei poli”, “Acqua potabile e batteri resistenti agli antibiotici” e “Batteri resistenti nei nostri mari”) ma anche attraverso l’inquinamento atmosferico.
Il particolato fine (PM2,5), il monossido ossido di azoto e i composti volatili derivati dai processi industriali, dai trasporti e dalla combustione delle biomasse possono giocare un ruolo non da poco nel facilitare la comparsa, la diffusione e la persistenza dei geni di resistenza batterica e quindi dei ceppi batterici che non rispondono ai farmaci
I dati della letteratura
Un’analisi globale ha analizzato la correlazione tra livelli di PM2,5 nell’aria e antibiotico resistenza in 116 Paesi, nell’arco di una ventina d’anni. Si è visto che a ogni aumento dell’1% dei livelli di PM2,5 si aveva un incremento tra lo 0,5 e l’1,9% dell’antibiotico resistenza: si è stimato che il particolato fine possa giustificare fino all’11% dell’antibiotico resistenza nel mondo e che questa sia stata causa di 480.000 morti premature nel 2018.
Gli inquinanti atmosferici e soprattutto il particolato (PM2,5 e PM10) fornirebbero una sorta di matrice fisica per i batteri e per i geni di resistenza agli antibiotici che aderendovi verrebbero dispersi nell’ambiente anche a grandi distanze, senza contare che tali particelle possono ritornare sulla superficie terrestre attraverso le precipitazioni piovose e nevose (leggi anche la news “Neve artificiale con antibiotici e batteri?”).



