Oltre due milioni di chili: è questa la montagna di penicilline che vengono usate all’anno nei venti Paesi più popolosi del mondo per contrastare le polmoniti e le riacutizzazioni delle broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO). La cifra è impressionante e fa capire bene quale possa essere l’effetto di questa cascata di antibiotici sulla salute delle persone, sulla resistenza dei batteri, che è tanto maggiore quanto più si ricorre agli antibiotici, e sull’ambiente per il loro smaltimento.
Il dato viene da uno studio internazionale che si è posto l’obiettivo di valutare il consumo delle varie classi di antibiotici nelle infezioni delle basse vie respiratorie.
Polmoniti e riacutizzazioni di BPCO
Le polmoniti e le infezioni delle basse vie respiratorie in genere sono il motivo più frequente per cui viene iniziata una terapia antibiotica. Si calcola che riguardino globalmente il 19% dei pazienti trattati con un antibiotico.
Se a ciò si aggiunge che queste infezioni sono responsabili di oltre il 30% delle morti dovute a batteri resistenti o multiresistenti, ben si comprende l’esigenza di avere dati mondiali sull’uso degli antibiotici nelle infezioni delle vie respiratorie, con l’obiettivo di ridurne l’utilizzo per contenere di conseguenza la diffusione della resistenza batterica.
Quanti chili di antibiotici vengono usati?
I dati presentati nello studio sono davvero eclatanti: si stima che nel 2019 nei 20 Paesi più popolosi del mondo siano stati usati per le infezioni delle basse vie respiratorie due milioni e ducentomila chili di penicilline e quasi 700.000 chili di cefalosporine. In effetti le penicilline erano usate nella maggior parte dei casi (76%), meno spesso le cefalosporine (22,6%).
I Paesi in testa come consumi di penicilline erano l’India (37% del consumo totale) e la Cina (21%), seguiti da Stati Uniti, Brasile e Indonesia (15%). Se si considerava il consumo pro capite il dato più alto rimaneva quello dell’India, seguita da Brasile e Germania.



