Quando si rimpiange la scelta fatta

7 Apr 2026

FOCUS: Oncologia

La scelta nell’anziano di iniziare una terapia antitumorale anche quando la malattia è già in fase avanzata non sempre è considerata dal malato la migliore. In molti, dopo qualche mese di terapia, cambiano parere sull’opportunità di averla iniziata.

Il rimpianto della scelta fatta

Oltre la metà dei casi di cancro e delle relative morti si verificano nelle persone anziane. Ciononostante negli studi clinici condotti per valutare l’efficacia dei farmaci gli anziani sono spesso sotto rappresentati, per cui restano dubbi in particolare sulla sicurezza e tollerabilità delle cure, considerato che spesso si tratta di pazienti fragili, con altre malattie per le quali prendono già numerosi farmaci.
Negli ultimi anni si è sempre più posta l’attenzione sulla persona per valutare le scelte terapeutiche soppesando benefici e rischi anche rispetto alla situazione generale. Tra gli altri parametri di cui si è cominciato a tenere conto c’è l’opinione del malato sulla scelta terapeutica fatta a distanza di qualche mese dall’inizio, quando cioè si possono considerare i primi risultati ottenuti ma anche gli effetti delle cure sulla qualità di vita.
Un’indagine statunitense ha analizzato quello che si chiama il “rimpianto della scelta” fatta, se cioè a distanza di tempo si ritiene che forse sarebbe stato meglio non iniziare le cure. La valutazione di questo parametro, prettamente soggettivo e legato alla singola persona, è particolarmente rilevante quando si propone una cura a un anziano con una malattia tumorale già in fase avanzata, in cui l’efficacia delle terapie si riduce.
A oltre 600 pazienti con queste caratteristiche a distanza di tre mesi dall’inizio della cura proposta è stato somministrato un questionario che richiedeva quanto si fosse o meno d’accordo su cinque affermazioni: “Penso che iniziare la terapia sia stata la scelta giusta”, “Mi pento della scelta che è stata fatta”, “Avrei fatto la stessa scelta se mi trovassi nuovamente in questa situazione”, “La scelta fatta mi ha causato un sacco di problemi”, “La decisione presa è stata saggia”.
Ebbene quasi i tre quarti dei partecipanti hanno mostrato un pentimento sulla scelta fatta, che in un quinto dei casi era assoluto e negli altri meno deciso. A pentirsi di avere accettato di iniziare una terapia sono stati soprattutto, come attendibile, i pazienti che hanno avuto più effetti avversi associati alle terapie o che avevano le forme più avanzate di malattia.

In pratica

La scelta di un trattamento deve sempre essere condivisa tra medico e paziente. L’idea di proteggere in qualche modo il paziente sminuendo i possibili effetti avversi e sottolineando invece l’efficacia delle cure non è vincente. La persona deve essere coinvolta e deve avere contezza sia degli effetti sperati sia dei possibili effetti avversi per poter accettare o meno il trattamento proposto, in particolare quando la situazione clinica è già progredita e le terapie sono mirate a gestire la situazione senza però possibilità di guarigione. Il malato (o i familiari se la persona anziana non è più in grado di comprendere per una forma di demenza) da soggetto passivo diventa quindi parte attiva nelle decisioni, ma per poterlo fare deve essere informato in maniera per lui comprensibile.

Bibliografia

Flannery M, Zhang Z, et al. Decision regret in older adults with advanced cancer receiving systemic therapy: Associations with patient-reported and clinician-rated tolerability metrics. Cancer 2025; https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC12542926/ Conflitti di interesse:
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