I batteri che più spesso causano un’infezione delle vie urinarie nei pazienti che giungono in Pronto soccorso sono resistenti in un caso su tre alle cefalosporine di terza generazione, antibiotici molto usati che, essendo ad ampio spettro, andrebbero riservati come farmaci di seconda linea secondo quanto raccomandato dall’OMS.
Le infezioni delle vie urinarie
Quelle delle vie urinarie sono le infezioni più frequenti sia in ospedale sia al di fuori e nelle forme più gravi comportano una riduzione della qualità di vita e complicanze importanti, talora mortali, come la sepsi.
Si stima che nel mondo nel 2019 i casi di infezioni delle vie urinarie siano stati 404 milioni e che ci siano state oltre duecentomila morti dovute a questo tipo di infezione, dato questo in continuo aumento.
Responsabili delle forme più gravi sono soprattutto gli enterobatteri resistenti agli antibiotici, in particolare alle cefalosporine di terza generazione.
La situazione in Italia
Uno studio osservazionale prospettico che ha coinvolto sette ospedali della Campania e della Lombardia si è posto proprio l’obiettivo di valutare la frequenza di resistenza agli antibiotici nei batteri isolati con l’urinocoltura in quasi trecento pazienti giunti in Pronto soccorso con un’infezione delle vie urinarie dovuta a un enterobatterio.
Come atteso il germe più spesso in causa era l’Escherichia coli (70% dei casi). Nel 36% dei casi i batteri isolati non erano sensibili alle cefalosporine di terza generazione. Si trattava quindi di germi resistenti, per sconfiggere i quali bisognava ricorrere ad altre classi di antibiotici.
Studiando la storia precedente di questi malati si è visto anche che un ricovero nei tre mesi precedenti o il fatto di venire da un reparto di lunga degenza erano entrambi fattori di rischio per sviluppare un’infezione delle vie urinarie da germi resistenti.
Lo studio ha consentito inoltre di porre in relazione la risposta agli antibiotici e la mortalità a distanza di un mese. Erano infatti più a rischio di morte i pazienti che avevano una mancata risposta agli antibiotici dopo una settimana di cura.



