Per il trattamento del tumore della prostata si usano terapie ormonali che contrastano l’azione degli ormoni maschili (gli androgeni), i quali aiutano il tumore a crescere. Queste cure (si parla di deprivazione androgenica) vengono sempre più spesso potenziate aggiungendo altri farmaci (chiamati ARPI), che rendono il blocco ormonale ancora più efficace, interagendo con un recettore specifico della via degli androgeni. Questo approccio permette di allungare la sopravvivenza ma aumenta il rischio di osteoporosi e di fratture. Per ridurre questo rischio la terapia dovrebbe prevedere un trattamento di protezione per le ossa.
Cancro della prostata e salute dell’osso
Le terapie che bloccano gli ormoni maschili possono rendere le ossa più fragili nel tempo favorendo la perdita di densità delle ossa e aumentando il rischio di osteoporosi e di frattura. Questo effetto non va sottovalutato in quanto si può compromettere l’autonomia e la mobilità soprattutto perché spesso si tratta di pazienti anziani. Per capire meglio l’impatto delle terapie potenziate un gruppo di ricercatori italiani ha condotto una revisione sistematica della letteratura scientifica per valutare se il rischio di frattura aumenta con le terapie potenziate e se vengono adottate strategie per salvaguardare la salute dell’osso.
I dati dalla letteratura scientifica
Sono stati analizzati 17 studi per un totale di oltre 16.000 uomini con tumore della prostata trattati con la terapie ormonale usuale o con quella potenziata con gli ARPI. I risultati mostrano che chi riceve la terapia combinata ha un rischio circa doppio di fratture rispetto a chi riceve la terapia singola, indipendente dal farmaco ARPI (ce ne sono diversi) che viene utilizzato.



