La fibrillazione atriale è l’aritmia più frequente negli anziani e richiede una terapia anticoagulante per ridurre il rischio di emboli e quindi di ictus. Per decenni il warfarin è stato il farmaco di riferimento, ma negli ultimi quindici anni l’arrivo degli anticoagulanti orali diretti, come apixaban, rivaroxaban e dabigatran, lo ha soppiantato. Il motivo? In parte pratico: a differenza del warfarin, che richiede controlli periodici della coagulazione e frequenti aggiustamenti della dose, gli anticoagulanti diretti si assumono a dosi fisse e non richiedono un monitoraggio così stringente, oltre ad avere un profilo di sicurezza complessivamente più favorevole. Resta però una domanda aperta: ha senso cambiare la terapia anche negli anziani fragili che assumono già il warfarin da tempo e lo tollerano bene?
Benefici e rischi a confronto
Per rispondere a questa domanda, un gruppo di ricerca internazionale ha analizzato i dati di quattro grandi studi clinici, per un totale di oltre 71.000 partecipanti con fibrillazione atriale trattati con un anticoagulante diretto o con il warfarin. Tra questi, in particolare sono state identificate 5.913 persone di età pari o superiore a 75 anni, in condizione di fragilità e con una storia d’uso di warfarin, nei quali si valutavano gli effetti di un possibile passaggio a un anticoagulante orale diretto.
Il quadro favorevole agli anticoagulanti diretti
Dopo circa due anni di osservazione è emerso un quadro prevalentemente favorevole agli anticoagulanti diretti anche negli anziani fragili che in precedenza prendevano il warfarin:
- il rischio di ictus, mortalità ed emorragie intracraniche e fatali si è ridotto in modo significativo
- l’unica nota negativa riguardava le emorragie gastrointestinali. Negli anziani fragili il rischio con gli anticoagulanti diretti aumentava in misura maggiore rispetto al warfarin, mentre rimaneva simile il rischio per altre emorragie maggiori.



