La neuropatia periferica, cioè la sofferenza dei nervi, che può associarsi ad alcune terapie antitumorali, come quella con i taxani, peggiora significativamente la qualità di vita e l’aderenza alla terapia, ma non ci sono cure per trattarla. In una sperimentazione non ancora arrivata all’uomo è stato provato un nuovo farmaco che potrebbe ridurre il rischio di danno neurologico.
La neuropatia da chemioterapia
La neuropatia periferica indotta dalla chemioterapia è un effetto avverso importante e frequente di molte terapie anticancro. Si stima che colpisca milioni di pazienti nel mondo ogni anno.
I sintomi più caratteristici sono la comparsa di formicolii a braccia e gambe, una sensazione di bruciore, torpore e dolore agli arti.
La situazione è spesso tale da obbligare a ridurre la dose dei farmaci chemioterapici, riducendo in tal modo l’efficacia delle cure antitumorali. In più, una volta interrotta la cura i disturbi possono persistere in un caso su quattro.
Nonostante gli studi condotti al riguardo, a oggi non si è dimostrata efficace alcuna azione preventiva per evitare il danno ai nervi e la comparsa dei sintomi, così come c’è solo un farmaco che ha mostrato una qualche efficacia nel ridurre il dolore neuropatico da chemioterapia, la duloxetina.
La nuova molecola sperimentale
Un gruppo internazionale francese sta conducendo studi su una nuova molecola, battezzata Carba1 (trattandosi di un composto a base di carbazolo, alcuni derivati del quale sono già impiegati in ambito cardiologico e oncologico), di cui si è vista la possibile azione sinergica con i taxani, farmaci anticancro derivati originariamente dalla corteccia del tasso, impiegati per molti tumori, tra cui quelli del seno, dell’ovaio, del polmone e della prostata. In particolare la nuova molecola consentirebbe di ridurre le dosi del taxano riducendo così parallelamente il rischio di tossicità nervosa.
I ricercatori hanno scoperto però che questa nuova molecola avrebbe anche un effetto neuroprotettivo diretto. Le prove sono state fatte dapprima in vitro, cioè su cellule isolate, e poi nell’animale da esperimento e in entrambi i casi sono emersi risultati promettenti.



