La deprescrizione, ovvero la riduzione o sospensione di farmaci non più necessari o potenzialmente dannosi, è sempre più riconosciuta come una strategia importante per favorire l’appropriatezza prescrittiva e ridurre i rischi della polifarmacoterapia (dover prendere cioè più di 5 farmaci al giorno). Nonostante ciò, la sua applicazione nella pratica clinica resta limitata: da un lato i medici non sono sempre formati adeguatamente sulla deprescrizione, dall’altro i malati possono percepirla come un abbandono delle cure.
Ma come si può favorire un dialogo più efficace tra medico e paziente su questo tema? Uno studio statunitense condotto su oltre 3.000 anziani seguiti in ambulatori di medicina generale ha valutato se l’invio, prima di una visita programmata, di opuscoli informativi specifici sul farmaco potesse aumentare il coinvolgimento dei pazienti e stimolare discussioni sulla deprescrizione.
I farmaci analizzati e i risultati
Lo studio ha preso in esame tre categorie di farmaci potenzialmente a rischio d’uso inappropriato:
- gli inibitori di pompa protonica, spesso utilizzati per il reflusso gastroesofageo per periodi più lunghi del necessario
- il gabapentin, impiegato nel trattamento del dolore neuropatico ma associato, soprattutto ad alte dosi, a un aumento del rischio di cadute
- alcuni farmaci per il diabete, che possono causare episodi di ipoglicemia.
I risultati mostrano che circa un malato su tre ha discusso con il proprio medico la possibilità di ridurre o sospendere il farmaco durante la visita successiva al ricevimento dell’opuscolo. Tra questi, il 78% ha avviato spontaneamente la conversazione e il 57% ha fatto esplicito riferimento al materiale informativo ricevuto.
Chi è più propenso a discutere e chi meno
Il coinvolgimento non è risultato uniforme. I pazienti con un livello di istruzione più elevato o con una buona alfabetizzazione sanitaria, cioè la capacità di comprendere e utilizzare le informazioni mediche, si sono dimostrati più propensi ad avviare il confronto.
Al contrario, quelli in trattamento con insulina e quelli con minore familiarità con le informazioni sanitarie hanno partecipato meno attivamente, suggerendo la necessità di sviluppare materiali informativi semplici e comprensibili anche alle fasce di popolazione più vulnerabili.



