Anche nella sepsi è a volte possibile scalare la terapia antibiotica

2 Set 2026

FOCUS: Antibiotico resistenza

Anche nella sepsi, una delle forme più gravi di infezione, con diffusione dei batteri responsabili in più organi, fino alla possibilità di uno shock settico ed esiti a volte mortali, è possibile ridurre la durata della terapia con antibiotici ad ampio spettro. Lo suggerisce uno studio statunitense.

La cura della sepsi

Una sepsi può svilupparsi a seguito di un’infezione (una polmonite, un’infezione delle vie urinarie, un’infezione addominale o di altro tipo) particolarmente nelle persone più deboli o a causa di batteri che essendo resistenti non rispondono alle cure usuali e si diffondono nell’organismo.
L’infezione può essere acquisita in ospedale (sono di solito le forme più gravi e dovute a batteri multiresistenti) o in comunità, cioè al di fuori dell’ospedale, a seguito di un’infezione che si aggrava.
Le linee guida raccomandano come terapia di prima linea in caso di sepsi acquisita in comunità e nell’attesa di conoscere il germe in causa, il ricorso ad antibiotici ad ampio spettro che siano efficaci anche contro i batteri resistenti. Se questo approccio sembra ridurre il rischio di morte, aumenta però il rischio di effetti avversi per il malato (tra cui una temuta infezione da Clostridioides difficile, spesso difficile da curare) e la diffusione dell’antibiotico resistenza nella popolazione generale.
Per questo motivo si è proposto di ridurre almeno la durata di questa terapia antibiotica ad ampio spettro nei casi in cui i test di laboratorio indichino che i batteri in causa non sono multiresistenti agli antibiotici, ma per poterlo fare occorre avere la certezza che così facendo non si riducano le probabilità di guarigione del singolo paziente.

Lo studio statunitense

In 67 ospedali del Michigan è stata valutata la prognosi di quasi 40.000 pazienti ricoverati per una sepsi acquisita in comunità. In particolare si analizzava se la riduzione della durata della terapia antibiotica ad ampio spettro iniziata al momento del ricovero fosse egualmente efficace della terapia antibiotica prolungata oltre i 4 giorni.
In totale a un terzo circa dei malati, vista l’assenza di batteri multiresistenti, era stata interrotta la terapia con antibiotici ad ampio spettro in quarta giornata. Questi pazienti a distanza di tre mesi avevano la stessa mortalità di quelli che avevano continuato la terapia antibiotica ad ampio spettro, nonostante meno giorni di terapia e anche una durata più breve del ricovero, essendo stata sospesa la somministrazione dei farmaci per via endovenosa.

In pratica

La tendenza attuale in molte infezioni (alcune comuni come l’otite media acuta o le infezioni delle vie urinarie) è di ridurre se possibile la durata della terapia antibiotica per proteggere il malato dai possibili effetti avversi e ridurre la diffusione in generale dell’antibiotico resistenza (leggi anche le news “La durata ottimale della terapia antibiotica”, “Si discute sulla durata della terapia antibiotica”, “Si può accorciare la durata della terapia antibiotica?”). Ciò sarebbe possibile anche in forme più gravi di infezione, come la sepsi, sulla base del quadro clinico e dei dati di laboratorio (la presenza o meno di germi multiresistenti agli antibiotici).

Bibliografia

Gupta A, Heath M, et al. Antibiotic de-escalation in adults hospitalized for community-onset sepsis. JAMA Intern Med 2025; https://jamanetwork.com/journals/jamainternalmedicine/fullarticle/2842980 Conflitti di interesse:
Condividi: