Il vaccino contro COVID-19, grazie allo stimolo delle difese immunitarie naturali, potrebbe avere un effetto potenziante sull’immunoterapia antitumorale.
L’immunoterapia contro i tumori
Diversi tumori riescono a manifestarsi e ad avanzare perché silenziano le difese naturali dell’organismo. Le cellule neoplastiche hanno così la possibilità di moltiplicarsi senza controllo. Sfruttando questo comportamento negli ultimi anni è stato sviluppato l’approccio immunoterapico contro i tumori, grazie al quale si risvegliano le difese dell’organismo dirette contro il tumore. I farmaci che agiscono in questo modo sono detti inibitori del check point immunitario e hanno la funzione di togliere il freno ai linfociti T, che montano così la risposta contro le cellule tumorali. Questi farmaci hanno diversi bersagli molecolari ma alla fine mirano ad ottenere lo stesso risultato.
Non tutti i tumori sono però sensibili a questo tipo di approccio, tra quelli in cui è più frequente l’uso degli inibitori del check point immunitario ci sono il melanoma, alcune forme di tumore del polmone, i tumori del rene e alcune forme di tumore della mammella.
L’azione sinergica del vaccino anti COVID-19
Per rendere ancora più efficace l’azione degli inibitori del check point immunitario sono in corso studi che mirano a realizzare vaccini a mRNA personalizzati diretti contro antigeni tumorali in modo che la risposta immunitaria contro il tumore sia ancora più potenziata. Ciò richiede però tempo e risorse.
Come ricordiamo, il primo vaccino a mRNA a essere autorizzato è stato quello anti COVID-19 e ora un gruppo internazionale di ricercatori si è chiesto se questo vaccino a mRNA, facilmente disponibile, non sia in grado a sua volta di potenziare l’efficacia degli inibitori del check point immunitario. Hanno così condotto due studi di coorte. Nel primo sono stati analizzati 884 pazienti trattati con inibitori del check point immunitario per un tumore del polmone. Di questi 180 avevano ricevuto anche la vaccinazione anti COVID-19. Ebbene questi ultimi avevano una sopravvivenza globale più lunga (37 mesi rispetto a 20 mesi) rispetto a coloro che non erano stati vaccinati. Il secondo studio ha analizzato 210 pazienti con un melanoma trattati con inibitori del check point immunitario, 43 dei quali avevano ricevuto anche il vaccino anti COVID-19. Pure in questo caso la sopravvivenza globale era più lunga per chi aveva ricevuto il vaccino (sopravvivenza del 67% a tre anni rispetto al 44%).
L’efficacia del vaccino a mRNA sarebbe dovuta alla sua azione di stimolo sull’interferone di tipo I che aumenta l’attività delle cellule T, già risvegliate dall’uso degli inibitori del check point immunitario.



