L’aderenza delle donne italiane operate per un tumore al seno alla successiva terapia endocrina, ove indicata, non è sempre ideale e può compromettere in tal modo l’esito delle cure.
La terapia endocrina per il tumore al seno
La maggior parte dei tumori al seno è sensibile agli estrogeni, gli ormoni femminili che stimolano la crescita delle cellule tumorali, in questi casi dopo l’intervento chirurgico di asportazione del tumore è raccomandata una terapia endocrina di almeno 5 anni (leggi anche la news “Si allunga la terapia endocrina per il tumore al seno”) che contrastando l’azione degli estrogeni allontani anche l’eventuale ripresa della malattia .
Fino a non molti anni fa l’unico farmaco disponibile con tale azione era il tamossifene, ora ce ne sono diversi, in particolare gli inibitori dell’aromatasi (exemestane, anastrozolo, letrozolo) che bloccando questo enzima riducono drasticamente la produzione di estrogeni dell’organismo e quindi lo stimolo di crescita per le cellule tumorali.
È dimostrato che cinque anni di terapia quotidiana con questi farmaci allunga la sopravvivenza e riduce il rischio di ricomparsa della malattia, ma occorre essere diligenti nel prendere tutti i giorni il farmaco (leggi anche la news “Tumore al seno: perché seguire con diligenza la terapia”): se non si seguono le raccomandazioni date dal medico il rischio è che la terapia perda di efficacia.
D’altra parte gli inibitori dell’aromatasi si associano anche a effetti avversi, che possono indurre a ridurre o interrompere da sé il trattamento, i più frequenti riguardano il dolore articolare e muscolare, le vampate analoghe a quelle della menopausa, l’insonnia e a lungo andare l’osteoporosi.
I dati riferiti all’Italia
Uno studio multicentrico italiano ha cercato di capire quanto spesso la terapia con inibitori con aromatasi sia seguita dalle donne rispettando a pieno le raccomandazioni date dal medico. Per questo sono state coinvolte in un’indagine oltre 900 donne che, a distanza di un anno dall’inizio delle terapia con inibitori dell’aromatasi, erano invitate a compilare un questionario che indagava i vari aspetti legati alla terapia.
È così emerso che dopo dodici mesi di cura un quarto delle pazienti dichiarava di non rispettare i tempi previsti (una compressa al giorno), saltando alcune somministrazioni.
La maggior parte delle donne (87%) inoltre lamentava la presenza di uno o più degli effetti avversi più comuni (l’86% disturbi muscolo-scheletrici, il 75% vampate di calore e stanchezza), anche se la loro comparsa si associava a una mancata aderenza alla terapia solo nel 20% dei casi.
Nonostante questi aspetti critici la metà delle donne si dichiarava comunque soddisfatta della terapia in corso.



