Per ridurre la frequenza degli effetti collaterali dell’immunoterapia, un gruppo di ricerca francese propone di introdurre direttamente il farmaco nelle lesioni neoplastiche.
Melanoma: la terapia che ha cambiato il destino
Nell’ultimo decennio la terapia per le persone con un melanoma in fase avanzata, metastatica, è radicalmente cambiata grazie alla scoperta e all’immissione in commercio di due farmaci (ipilimumab e nivolumab) che sono la base dell’approccio immunoterapico al tumore (leggi anche la news “Melanoma: le promesse dell’immunoterapia”).
Invece di colpire direttamente le cellule cancerose, come fa la chemioterapia, che però danneggia anche le cellule sane, causando in tal modo molti effetti collaterali, ricerche condotte in laboratorio hanno consentito di disegnare una diversa strategia contro i tumori: poiché le cellule neoplastiche sono capaci di bloccare le difese dell’organismo, sfuggendo in tal modo all’azione dei linfociti e degli anticorpi, con l’immunoterapia si somministrano farmaci (gli inibitori del check point immunitario) che tolgono questo blocco e riattivano le difese dell’organismo contro il tumore.
Ipilimumab e nivolumab agiscono in maniera diversa e complementare e grazie alla loro somministrazione per via endovenosa la sopravvivenza globale a 10 anni dei pazienti con melanoma metastatico ha raggiunto il 52%.
Il problema degli effetti tossici
I farmaci usati per l’immunoterapia, oltre a essere molto efficaci in alcuni tipi di tumore, sono però anche gravati da diversi effetti avversi, alcuni dei quali molto gravi. Il fatto che i farmaci stimolino il sistema immunitario dell’organismo facilita infatti una serie di disturbi gravi che colpiscono circa il 60% dei pazienti in trattamento, con la conseguenza che spesso la terapia deve essere interrotta e che è proponibile solo a una metà dei malati, avendo gli altri condizioni che ne controindicano l’uso.
Gli effetti avversi più comuni degli inibitori del check point immunitario sono disturbi cutanei, diarrea e nausea, stanchezza, alterazioni della tiroide, dolori muscolari e articolari. Tra gli effetti avversi più gravi, tutti di tipo infiammatorio (leggi anche la news “L’immunoterapia contro i tumori aumenta il rischio di infezioni”), ci sono invece:
- colite
- polmonite
- miocardite
- epatite
- encefalite
- nefrite.
Poiché i farmaci immunoterapici vengono somministrati per via endovenosa, raggiungendo quindi non solo le cellule tumorali ma anche quelle dei tessuti sani, un gruppo di ricercatori francesi si è chiesto se una somministrazione mirata, direttamente all’interno delle lesioni neoplastiche, possa avere uguale efficacia riducendo però significativamente gli effetti avversi gravi.
Hanno così arruolato 61 pazienti con melanoma metastatico somministrando loro la ormai classica terapia per via endovenosa con ipilimumab e nivolumab, oppure somministrando sempre il nivolumab per via endovenosa ma iniettando direttamente l’ipilimumab nelle lesioni tumorali.
A distanza di sei mesi dall’inizio del trattamento, l’incidenza degli effetti avversi era dimezzata (22,6% dei casi rispetto a 57,1%) nei pazienti che avevano ricevuto il farmaco direttamente nel tumore. Questo grazie al fatto che la dose di ipilimumab somministrata era dieci volte inferiore a quella usuale, essendo concentrata nelle cellule neoplastiche.



