L’integrazione di vitamina D negli anziani non è sempre appropriata

14 Gen 2026

FOCUS: Cronicità e polifarmacoterapia

Negli ultimi anni la vitamina D è diventata una sorta di “alleato universale” della salute, considerata un aiuto nelle situazioni più disparate, dalla prevenzione delle infezioni alla salute ossea, dal rallentamento dell’invecchiamento al benessere generale (ne abbiamo parlato in due occasioni “Vitamina D e omega 3 non migliorano la salute muscolare dell’anziano” e “La vitamina D non protegge dalle infezioni respiratorie acute”). Questa percezione ha però finito per favorirne un’assunzione eccessiva e non sempre giustificata, soprattutto nella popolazione anziana.
Va detto che la vitamina D è necessaria in alcune situazioni ben definite, quando è carente, ma, come ogni farmaco, non è priva di rischi, specialmente quando utilizzata in modo inappropriato. Proprio per circoscriverne l’uso e favorirne una prescrizione più appropriata, nel 2023 l’AIFA ha aggiornato le condizioni di prescrivibilità a carico del Servizio Sanitario Nazionale, limitando l’impiego della vitamina D alle situazioni in cui esiste una reale indicazione clinica (per approfondire si possono consultare le FAQ dell’AIFA sui farmaci a base di vitamina D). Nonostante ciò, nella pratica quotidiana l’assunzione rimane spesso inadeguata, sia per eccesso sia per difetto, in particolare tra gli anziani, anche perché la vitamina D è contenuta non solo nei farmaci, ma anche in numerosi integratori alimentari.

Uno studio per conoscere l’uso della vitamina D negli anziani europei

Per fare luce sull’uso della vitamina D negli anziani, sono stati presi in esame 2.008 pazienti anziani con multimorbilità, definita come la presenza di almeno tre malattie croniche, e in polifarmacoterapia, cioè in trattamento quotidiano con cinque o più farmaci. I pazienti erano ricoverati in ospedali di quattro Paesi europei: Belgio, Irlanda, Paesi Bassi e Svizzera.
L’obiettivo dello studio era valutare quanto l’uso della vitamina D fosse appropriato in questa popolazione clinicamente complessa, distinguendo tra chi la assumeva senza una reale indicazione e chi, al contrario, ne avrebbe avuto bisogno ma non la riceveva.

Vitamina D tra sottoutilizzo e uso eccessivo

Il 41,1% degli anziani inclusi nello studio riceveva un’integrazione di vitamina D. Tuttavia, è emerso che circa un terzo dei pazienti (33,9%) presentava un potenziale sottoutilizzo: pur avendo una condizione ad alto rischio che ne avrebbe richiesto l’assunzione non riceveva infatti alcuna integrazione.
Allo stesso tempo, il 10,2% degli anziani assumeva vitamina D senza una reale necessità clinica, configurando quindi un possibile uso eccessivo. Lo studio ha anche individuato alcuni fattori associati all’uso inappropriato: l’età avanzata e il sesso maschile erano correlati a una maggiore probabilità di sottoutilizzo, suggerendo che gli uomini anziani potrebbero essere meno frequentemente presi in considerazione per l’integrazione. Al contrario, con l’aumentare del numero di farmaci assunti cresceva la probabilità di una prescrizione non necessaria.

In pratica

Negli anziani con più malattie e in polifarmacoterapia, l’uso della vitamina D è spesso lontano dall’essere ottimale. Ancora molti non ricevono l’integrazione quando sarebbe indicata, mentre una quota non trascurabile la assume senza una reale necessità.
Nella pratica quotidiana è importante ricordare che la principale “fonte naturale” di vitamina D resta l’esposizione alla luce solare, in particolare ai raggi UVB; quando possibile, una regolare esposizione all’aperto rappresenta il modo più naturale per garantirne livelli adeguati. L’eventuale integrazione deve essere sempre valutata dal medico e riservata a coloro che ne hanno realmente bisogno.

Bibliografia

Moutzouri E, Beglinger S, et al. Inappropriate vitamin D supplementation among multimorbid older patients: a multicountry analysis. BMC Geriatr. 2025; https://link.springer.com/article/10.1186/s12877-025-06189-w Conflitti di interesse:
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