Proseguire a casa l’antibiotico iniziato in ospedale

19 Ott 2026

FOCUS: Antibiotico resistenza

Meno si sta in ospedale e meglio è, sotto molti punti di vista, è in questa logica che si pone la dimissione di un paziente anche quando sta ancora prendendo un antibiotico per via endovenosa, situazione abbastanza frequente in caso di alcune infezioni non semplici da curare.
Solitamente finché persisteva la necessità di somministrare l’antibiotico per via endovenosa il malato restava ricoverato in ospedale, data la difficoltà nella maggior parte dei casi di garantire questo tipo di somministrazione una volta tornati a casa.

Gli antibiotici per via endovenosa

Nella maggior parte delle infezioni si ricorre ad antibiotici di facile somministrazione perché possono essere presi per bocca e per periodi di tempo brevi, da qualche giorno a sette-dieci giorni al massimo. Questi sono gli antibiotici prescritti soprattutto al di fuori dell’ospedale, ma per alcune infezioni l’approccio terapeutico deve essere più incisivo e prolungato nel tempo ed è il caso di infezioni per le quali è fondamentale il ricovero in ospedale per la gravità della forma e il ricorso a cure più intensive. In questi casi si somministrano gli antibiotici per via endovenosa e per periodi più lunghi di tempo, come accade per le infezioni dei tessuti molli, delle ossa (osteomieliti) e delle articolazioni o del cuore (endocardite infettiva).
La terapia antibiotica è indispensabile per risolvere l’infezione, deve essere seguita con cura e proprio per la via di somministrazione richiede la presenza di un operatore sanitario.

La possibilità di continuare la cura fuori dall’ospedale

La tendenza attuale è di trovare il modo di dimettere il paziente e consentirgli di seguire la terapia a casa sua o comunque in strutture ambulatoriali, quindi non ricoverato in ospedale. Ciò da una parte riduce il rischio per il malato di contrarre ulteriori infezioni ospedaliere, dall’altro riduce il carico sulle strutture sanitarie e migliora la qualità della vita perché la persona può starsene per lo più a casa propria, riprendere prima le proprie attività e ridurre il carico psicologico che il ricovero in ospedale comporta.
Studi pubblicati in letteratura scientifica dimostrano infatti che i malati preferiscono seguire le cure a casa e che i risultati che si ottengono, in termini di efficacia della cura e gestione degli eventuali effetti collaterali della terapia, sono analoghi.
Ovviamente per poter essere dimesso il paziente deve essere clinicamente stabile sia per le sue condizioni generali sia per quelle relative all’infezione di cui soffre.

La situazione italiana

Alcuni ricercatori hanno condotto una revisione della letteratura scientifica per vedere quanto sia frequente in Italia il ricorso a questa dimissione anticipata con prosecuzione a domicilio delle cure antibiotiche per via endovenosa. Il decreto presidenziale numero 384 consente agli ospedali di fornire farmaci da utilizzare a casa, inclusi quelli di solito impiegati in ambito ospedaliero (come appunto gli antibiotici per via endovenosa) come parte di un trattamento alternativo alle cure in day hospital. Peraltro il PNRR ha sottolineato l’importanza di promuovere ove possibile il domicilio come l’ambiente migliore per la prosecuzione delle cure.
Sono stati analizzati i risultati di 23 studi condotti nelle varie Regioni italiane dal 2000 al 2025.
I dati indicano che c’è una notevole variabilità nelle procedure tra Regione e Regione, ma che nella maggior parte dei casi la prosecuzione della somministrazione per via endovenosa degli antibiotici al di fuori dell’ospedale, con varie modalità (fleboclisi, pompe a elastomeri, cateteri venosi periferici o centrali), è risultata efficace in oltre il 90% dei casi con guarigione del malato.

In pratica

La possibilità di continuare a casa le cure con antibiotici da somministrare per via endovenosa è una realtà anche in Italia, pur in un quadro molto variegato tra le diverse Regioni, tanto che gli autori della revisione auspicano la realizzazione di una normativa a livello nazionale, cui attenersi.
Va ricordato infine che appena possibile le linee guida raccomandano di passare dalla via endovenosa a quella per bocca, sostituendo l’antibiotico usato, e che quanto prima si riesce a fare questo passaggio e a ridurre la durata della terapia tanto minore sarà il carico per il paziente e per il servizio sanitario nazionale anche in termini di diffusione dell’antibiotico resistenza.

Bibliografia

Moreal C, Giuliano S, et al. Outpatient parenteral antimicrobial therapy (OPAT) in Italy: a scoping review. Infect Dis Ther 2026; https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC13043938/ Conflitti di interesse:
Condividi: