L’importanza di completare i cicli di chemioterapia

22 Set 2026

FOCUS: Oncologia

L’interruzione anzitempo della chemioterapia prevista nelle donne con un tumore della mammella riduce le probabilità di sopravvivenza a distanza di cinque anni. Per questo motivo l’ideale, a meno che compaiano effetti avversi non tollerabili, è concludere almeno 6 cicli di chemioterapia.

L’approccio al tumore della mammella

Il tumore al seno è il cancro più comune, con un’incidenza globale di 2,3 milioni di casi nel 2020 nel mondo. Nonostante lo sviluppo impetuoso della ricerca e la disponibilità di nuovi farmaci, che in molti casi hanno modificato radicalmente la prognosi, il 16% di tutte le morti da tumore nelle donne è dovuto ancora al tumore al seno.
La terapia per le donne con questo tumore prevede l’intervento chirurgico, la radioterapia, la chemioterapia, l’endocrinoterapia (leggi anche la news “Tumore al seno: perché seguire con diligenza la terapia”, l’immunoterapia e la terapia a bersaglio molecolare: a seconda dello stadio e delle caratteristiche del tumore e della singola donna sono indicati uno o più di questi trattamenti in una sequenza che può essere diversa.
Fra questi trattamenti, la chemioterapia classica a base di antracicline e taxani ha ancora un ruolo chiave nel tumore della mammella in fase iniziale. Le linee guida raccomandano di completare almeno sei cicli di chemioterapia, ma a volte il trattamento viene interrotto prima per la comparsa di effetti avversi (la cardiotossicità per le antracicline, la neutropenia e la neurotossicità per i taxani). Che cosa accade in questi casi? La riduzione della durata del trattamento incide sulla sopravvivenza? Sono le domande che si è posto uno studio retrospettivo d’oltremanica.

La riduzione d’efficacia

Un gruppo di ricercatori britannici ha analizzato oltre 10.000 donne col tumore al seno valutando la mortalità a distanza di cinque anni dalle cure, considerando la durata della chemioterapia. Si distingueva tra quelle che avevano fatto almeno sei cicli di chemioterapia (il 68% delle donne), come raccomandato, e quelle che ne avevano fatti di meno (il restante 32% delle donne). L’abbandono, il ritardo o la riduzione della terapia erano per lo più dovuti alla tossicità legata ai farmaci somministrati.
A distanza di cinque anni, il rischio di morte (12,0%) era più alto nelle donne che non hanno seguito tutti e sei i cicli di chemioterapia rispetto a quelle che avevano fatto almeno sei cicli di cura (10,4%).

In pratica

La gestione degli effetti avversi della chemioterapia ha un ruolo importante per consentire di concludere il numero di cicli di trattamento previsti. Il limite di almeno sei cicli è quello raccomandato perché corrisponde a una riduzione significativa della mortalità sul lungo periodo, non garantita da trattamenti più brevi. Il medico, nell’ambito di una scelta condivisa con la donna, potrà sospendere il trattamento oppure motivare la paziente a continuarlo gestendo adeguatamente gli effetti collaterali della terapia.

Bibliografia

Steventon L, Ju C, et al. Completion vs. early discontinuation of chemotherapy and the impact on 5-year all-cause mortality in women treated for early-stage breast cancer from 2015 to 2020: a cohort study using a target trial emulation approach. Br J Clin Pharmacol 2026; https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC13304275/ Conflitti di interesse:
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