L’interruzione anzitempo della chemioterapia prevista nelle donne con un tumore della mammella riduce le probabilità di sopravvivenza a distanza di cinque anni. Per questo motivo l’ideale, a meno che compaiano effetti avversi non tollerabili, è concludere almeno 6 cicli di chemioterapia.
L’approccio al tumore della mammella
Il tumore al seno è il cancro più comune, con un’incidenza globale di 2,3 milioni di casi nel 2020 nel mondo. Nonostante lo sviluppo impetuoso della ricerca e la disponibilità di nuovi farmaci, che in molti casi hanno modificato radicalmente la prognosi, il 16% di tutte le morti da tumore nelle donne è dovuto ancora al tumore al seno.
La terapia per le donne con questo tumore prevede l’intervento chirurgico, la radioterapia, la chemioterapia, l’endocrinoterapia (leggi anche la news “Tumore al seno: perché seguire con diligenza la terapia”, l’immunoterapia e la terapia a bersaglio molecolare: a seconda dello stadio e delle caratteristiche del tumore e della singola donna sono indicati uno o più di questi trattamenti in una sequenza che può essere diversa.
Fra questi trattamenti, la chemioterapia classica a base di antracicline e taxani ha ancora un ruolo chiave nel tumore della mammella in fase iniziale. Le linee guida raccomandano di completare almeno sei cicli di chemioterapia, ma a volte il trattamento viene interrotto prima per la comparsa di effetti avversi (la cardiotossicità per le antracicline, la neutropenia e la neurotossicità per i taxani). Che cosa accade in questi casi? La riduzione della durata del trattamento incide sulla sopravvivenza? Sono le domande che si è posto uno studio retrospettivo d’oltremanica.
La riduzione d’efficacia
Un gruppo di ricercatori britannici ha analizzato oltre 10.000 donne col tumore al seno valutando la mortalità a distanza di cinque anni dalle cure, considerando la durata della chemioterapia. Si distingueva tra quelle che avevano fatto almeno sei cicli di chemioterapia (il 68% delle donne), come raccomandato, e quelle che ne avevano fatti di meno (il restante 32% delle donne). L’abbandono, il ritardo o la riduzione della terapia erano per lo più dovuti alla tossicità legata ai farmaci somministrati.
A distanza di cinque anni, il rischio di morte (12,0%) era più alto nelle donne che non hanno seguito tutti e sei i cicli di chemioterapia rispetto a quelle che avevano fatto almeno sei cicli di cura (10,4%).



