Vongole, cozze e crostacei possono essere buoni indicatori della diffusione dell’antibiotico resistenza. Lo suggerisce uno studio che ha analizzato sette diverse categorie di prodotti ittici venduti in pescheria.
Lo studio italiano
Un gruppo di ricercatori italiani ha valutato la presenza del batterio Escherichia coli in 422 campioni di pesci e crostacei venduti nelle pescherie italiane. L’obiettivo era vedere se un controllo su questi cibi crudi, pronti per essere venduti, possa dare un’idea della diffusione di questo batterio nell’ambiente e delle sue forme di resistenza agli antibiotici.
L’attenzione si è appuntata su sette diversi prodotti, i più venduti in Italia:
- branzini e orate
- acciughe
- merluzzo
- salmone
- cefalopodi, cioè seppie, polpi e calamari
- bivalvi, cioè vongole e cozze
- crostacei, cioè gamberetti, gamberi e scampi.
Si è deciso di ricercare l’Escherichia coli perché è un batterio presente nell’intestino umano, che può sviluppare resistenza agli antibiotici e che può essere assunto con il cibo.
La situazione in Europa
Nonostante i prodotti ittici siano molto diffusi sulle tavole degli europei (si calcola che in Europa ne vengano consumati in media 20,6 chili all’anno per persona) l’Unione Europea a oggi non ha incluso questi cibi tra quelli che è d’obbligo controllare per monitorare l’andamento dell’antibiotico resistenza, a differenza di quanto accade per le carni (leggi anche la news “Quante salmonelle nella carne di pollo cruda”). Sono quindi scarsi i dati a disposizione a oggi.
La ricerca italiana ha consentito di raccogliere dati al riguardo e in particolare è stato trovato l’Escherichia coli nel 23% dei campioni di bivalvi esaminati e nel 20% dei crostacei. In sostanza uno su cinque campioni di cozze, vongole, gamberi e scampi crudi esaminati è risultato positivo per il batterio, e in alcuni casi, per fortuna non molti, si trattava di batteri resistenti agli antibiotici più comuni e quindi causa di possibili infezioni difficili da curare.
Il fatto che i coli siano stati trovati soprattutto nei bivalvi e nei crostacei è spiegato dalle loro abitudini e caratteristiche: vivono infatti nelle acque costiere e filtrando l’acqua circostante possono concentrare al loro interno diversi contaminanti, inclusi i batteri presenti per l’inquinamento da contaminazione fecale umana (scarichi fognari) o animale.



