La terapia con inibitori di pompa protonica, farmaci che riducono la produzione di acido nello stomaco, viene spesso continuata per abitudine senza una chiara necessità in almeno la metà dei casi in cui viene prescritta.
Perché è importante rivedere la terapia
Gli inibitori di pompa protonica sono tra i medicinali più prescritti soprattutto negli anziani. La diffusione del loro impiego può essere in parte attribuita a un aumento delle patologie correlate all’acidità gastrica (reflusso gastro-esofageo, gastrite, ulcera), ma anche a prescrizioni non sempre appropriate o più spesso prolungate senza fine, oltre il necessario. Si stima che, a seconda del contesto assistenziale, fino all’85% dei pazienti trattati con un inibitore di pompa protonica non abbia in realtà una chiara indicazione clinica all’uso.
Pur essendo generalmente ben tollerati, gli inibitori di pompa protonica possono causare cefalea, nausea, dolore addominale e diarrea, e il loro uso prolungato è stato associato a infezioni gastrointestinali, malassorbimento di minerali e vitamine e a un aumento del rischio di fratture. Inoltre possono interagire con altri farmaci. È quindi importante rivedere periodicamente la necessità del trattamento e, quando non è più indicato, considerarne la deprescrizione, cioè la riduzione o la sospensione sotto controllo medico (leggi anche il Minidossier “Inibitori di pompa protonica: uso appropriato e reazioni avverse” e la news “Il ruolo chiave del paziente per ridurre gli inibitori di pompa protonica”).
La deprescrizione in uno studio svizzero
Un gruppo di ricercatori svizzeri ha esaminato quanto spesso venga effettuata la deprescrizione in un ospedale universitario. Sono state analizzate retrospettivamente le cartelle cliniche di 450 pazienti che assumevano un inibitore di pompa protonica già all’ingresso in ospedale o che lo hanno iniziato durante il ricovero. La maggior parte aveva almeno 60 anni e assumeva più farmaci.
L’uso della terapia con inibitori di pompa era appropriato solo in un caso su due, nell’altra metà dei casi si sarebbe quindi dovuto provvedere a una deprescrizione, che però è stata effettuata o programmata soltanto in un caso su tre.



